Dentro Live Works: corpi, memorie e archivi attraversano Centrale Fies

2026/08/07

Categories: lifestyle

Il 16 luglio, con l’inaugurazione della 13ma edizione di Live Works e della mostra personale di Monia Ben Hamouda, Centrale Fies, a Dro, ha aperto le proprie porte, invitando il pubblico ad affacciarsi sugli esiti di un anno di ricerca. Nel tentativo di sottrarsi alle logiche della spettacolarizzazione che caratterizzano molte aperture estive e festival, negli ultimi anni Centrale Fies ha progressivamente messo in discussione il formato stesso della manifestazione, interrogandone i presupposti e sperimentando pratiche capaci di sostenere la ricerca artistica nella sua complessità e nella continuità del suo sviluppo lungo l’intero arco dell’anno. Un ripensamento che, nel tempo, ha assunto un’identità sempre più riconoscibile, facendo della centrale trentina un luogo che continua a trasformarsi insieme alle ricerche che ospita, alle artiste e agli artisti, alle curatrici e ai curatori che lo attraversano.

Centrale Fies, ph. Alessandro Sala

Ne emerge uno spazio in costante evoluzione, capace di intrecciare idee, processi e pratiche condivise, costruendo connessioni che si sedimentano nel corso dell’anno e che trovano nel mese di luglio il loro momento di massima intensità e apertura al pubblico. È allora che un fitto ecosistema di relazioni si ritrova nella centrale idroelettrica asburgica del 1911, camuffata da castello medievale, a pochi passi dalle acque gelide del fiume Sarca, dove gli esiti della ricerca diventano occasione di incontro e attraversamento collettivo.

Live Works, la performance come spazio di ricerca

La 13ma edizione di Live Works e la quinta edizione della fellowship Agitu Ideo Gudeta, curate da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, in collaborazione con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Palazzo Grassi – Pinault Collection Venezia, hanno ribadito la vocazione di un progetto concepito come piattaforma di ricerca dedicata alle pratiche artistiche e performative contemporanee. Al centro vi è lo sforzo di interrogare e ampliare il concetto stesso di performance, seguendone gli slittamenti e le trasformazioni all’interno del più ampio campo del performativo. Ne deriva un approccio curatoriale che considera la performance non come un genere definito ma come uno strumento di ricerca, aperto alla fluidità delle “live arts” e alla produzione di formati ibridi, interdisciplinari e processuali.

Live Works 2026, Board curatoriale, ph Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

È proprio questa attitudine a emergere, sottotraccia, in tutti gli spazi della centrale di Dro, dalle sale al parco, passando per la sala Comando, disseminandosi nell’arco delle giornate di apertura. Si delinea così una macchina in costante movimento, i cui ingranaggi lavorano per accompagnare gruppi di artiste e artisti, dando spazio a costellazioni di pratiche e complessità che difficilmente potrebbero essere restituite entro i confini di un singolo articolo. Le presenze che hanno animato il programma di Live Works sono state numerose e quanto segue intende far emergere alcune risonanze tra le ricerche presentate, prendendo tre lavori come punti di osservazione.

Monia Ben Hamouda: il linguaggio come materia viva

È stata l’inaugurazione della mostra personale di Monia Ben Hamouda, curata da Simone Frangi e Barbara Boninsegna, ad aprire i quattro giorni di programmazione. Nata a Milano da una famiglia tunisina, Ben Hamouda sviluppa una ricerca che mette in dialogo la storia dell’arte dell’Asia sud-occidentale e dell’Europa occidentale, assumendo il linguaggio come cardine del proprio lavoro. Al centro della sua indagine si colloca la scrittura e, in particolare, l’eredità della calligrafia islamica a lei trasmessa dal padre, intesa non come una tradizione da preservare, ma come un campo di tensioni da attraversare, disarticolare e riconfigurare.

Solo Show di Monia Ben Hamouda, Photo Roberta Segata, Courtesy Centrale Fies

Nella Galleria Trasformatori di Centrale Fies, un groviglio di lettere arabe e di parole che sembrano appartenere a una lingua in continuo divenire dà forma a grandi sculture metalliche sospese, quasi a sfidare la gravità. Sul pavimento, sabbia, curcuma e pigmenti coinvolgono l’intera installazione in un lento processo di trasformazione, dal quale affiorano, qua e là, tra una lettera e l’altra, delle mani, forse le stesse dell’artista, che impasta il linguaggio come materia viva. La scrittura si rivela così un luogo di sedimentazione delle eredità che ci attraversano e, da questa prospettiva, la mostra sembra interrogare il tempo e i processi attraverso cui le memorie vengono custodite, trasmesse, reinterpretate e, talvolta, dimenticate.

Solo Show di Monia Ben Hamouda Photo Roberta Segata, Courtesy Centrale Fies

Kristina Kusmina Dreit e le memorie del Realismo socialista

È una riflessione sulla memoria, familiare o storica, a costituire l’orizzonte comune che attraversa le otto ricerche delle artiste e degli artisti in residenza, fellows di Live Works e Agitu Ideo Gudeta. Tra queste, la ricerca dell’artista visiva nata in Kazakistan e con base tra Berlino e Vienna, Kristina Kusmina Dreit, che in Druzhba sent from my iPhone (studio), si confronta con il linguaggio visuale ambiguo e perturbante del Realismo socialista, intrecciandolo alla storia della propria famiglia e alla loro esperienza di lavoro in Siberia negli anni Settanta.

Kristina Kusmina Dreit, Druzhba sent from my iPhone, Live Works 2026, Ph Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

Lo spazio della sala Comando è disseminato di mele che ne ridisegnano il perimetro, mentre piccole placche metalliche sospese punteggiano il vuoto. Dopo aver accompagnato il pubblico all’interno della sala, le tre performer, tra cui la stessa Dreit, si confondono tra gli spettatori, instaurando una presenza silenziosa che si attiva gradualmente. Ben presto, l’osservazione delle placche metalliche diviene il fulcro della performance, dando avvio a una partitura coreografica che assembla e ricompone frammenti, posture e tensioni provenienti dall’immaginario del Realismo socialista.

Kristina Kusmina Dreit, Druzhba sent from my iPhone, Live Works 2026, Ph Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

A completare il lavoro è la lettura di una lettera. Con un tono misurato e una forte intensità poetica, il testo restituisce un possibile ordine all’opacità della scrittura coreografica, offrendo al pubblico gli strumenti per decodificare i segni nello spazio e ricollocarli entro la vicenda familiare dell’artista.

Kristina Kusmina Dreit, Druzhba sent from my iPhone, Live Works 2026, Ph Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

Pina Danila Gambettola: corpo, trance e memoria del Sud

Poco distante dalla Sala Comando si trova la Forgia, un piccolo spazio che per tre giorni è stato aperto e abitato dalla performance, ancora in fase di studio, The Third Bodies di Pina Danila Gambettola. Attiva tra la Calabria e Amsterdam, Pina riprende e mobilita le vicende che portarono la spiritista e medium pugliese Eusapia Palladino a diventare un caso di studio per l’antropologo Cesare Lombroso.

Pina Danila Gambettola, The Third Bodies, Live Works 2026, Ph Roberta Segata, Courtesy Centrale Fies

La performance prende forma in un ambiente segnato dalla presenza di oggetti scultorei, appunti di ricerca e materiali di studio. Pantaloni e magliette sporche, frammenti di garza, forse ectoplasmi, macchie biancastre e sculture d’argilla riconfigurano la Forgia come uno spazio apparentemente già attivo da giorni, attraversato da tracce di un processo in corso. Il pubblico entra in un ambiente che sembra custodire gli echi di un’azione già iniziata, dove la performer accenna suoni sospesi tra il canto e il lamento. Lo spazio è limitato e la sala gremita di persone. Gradualmente, dai margini della stanza, Pina si sposta verso il centro. Circondata da quattro casse e in prossimità del pubblico, si lascia cadere in un lento processo di perdita del controllo, parte di una precisa partitura coreografica in cui sono consapevolmente iscritti anche momenti di sospensione e interruzione della forza che sembra attraversare l’intero corpo della performer fino a condurla verso una dimensione di trance.

Pina Danila Gambettola, The Third Bodies, Live Works 2026, Ph Roberta Segata, Courtesy Centrale Fies

Ad accompagnare e progressivamente attraversare il corpo di Pina è il suono che non si limita a sostenere il movimento, ma assume una vera e propria consistenza materica. Il suono agisce non soltanto sull’azione della performer, ma coinvolge l’intero ambiente e tutte le persone presenti, traducendo in esperienza sensibile un percorso di ricerca che intreccia gli scritti di Lombroso, la vita della medium Eusapia Palladino, la patologizzazione del Sud e la delegittimazione delle pratiche magiche, con la storia personale dell’artista, cresciuta nel Meridione italiano, ancora oggi soggetto a forme persistenti di marginalizzazione e stigmatizzazione razziale.

Pina Danila Gambettola, The Third Bodies, Live Works 2026, Ph Roberta Segata, Courtesy Centrale Fies

Archivi, storia e rappresentazione

Queste tre traiettorie si muovono nell’interrogazione di memorie e passati e, pur orientandosi verso riflessioni che coinvolgono aree geografiche e contesti differenti, riescono a entrare in dialogo tra loro, facendo emergere connessioni profonde tra pratiche e narrazioni diverse.

Picking on the Waves di Juan Yung Han Photo Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

Sebbene non affrontati in questo articolo, anche gli altri lavori presentati alla Centrale di Dro contribuiscono a costruire questa costellazione di sguardi. Da Re-Veil di Luc Ndikubwimana, che mette in discussione gli archivi a cui attingiamo quotidianamente, evidenziando la necessità di un ripensamento attraverso una prospettiva decoloniale, alla ricerca di Juan Yung Han, che in Picking on the Waves esplora il modo in cui gli eventi storici imprimono un movimento persistente nei corpi e nella materia, emerge un insieme di pratiche accomunate dalla volontà di interrogare il rapporto tra storia e forme di rappresentazione.

Strike di Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk Photo Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

A questa trama partecipano anche il concerto-performance Born to Lose di Publik Universal Frxnd, con la sua riflessione sul passaggio dalla vita alla morte, Remains di Tim Bartel, che indaga l’ambiguità intrinseca del linguaggio, gli echi delle proteste di Atene del 2008 a seguito dell’uccisione di Alexis Grigoropoulos, rielaborati in Strike da Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, e la conferenza-performance Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor di Abdul Halik Azeez, che attinge agli archivi coloniali e alle storie dell’Oceano Indiano per reimmaginare la costruzione della storia dal punto di vista di coloro che sono stati esclusi dai documenti ufficiali.

Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor di Abdul Halik Azeez Photo Alessandro Sala, Courtesy Centrale Fies

Si delinea così un territorio comune, frutto di percorsi di ricerca condivisi che a Centrale Fies, riescono a mettere in campo con efficacia una rilettura radicale del presente.

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