Denise Cosco, morta a 35 anni la figlia di Lea Garofalo. E i figli degli altri testimoni di giustizia denunciano: «La nostra vita è un incubo»

2026/09/10

Categories: lifestyle

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Nel luglio del 2011 Denise Cosco testimoniò contro suo padre e contro la ‘ndrangheta al processo per l’uccisione di sua madre, la testimone di giustizia Lea Garofalo. Oggi la sua morte riapre il dibattito

10 settembre 2026

Lea garofalo

Lea garofaloEmanuele Cremaschi/Getty Images

«Dal programma di protezione per i testimoni di giustizia non esci mai, neanche quando sei fuori da anni. Rimani sempre una persona con un passato nascosto o da nascondere, e che vive nella paura». Lo dice a Vanity Fair Anna, 33 anni - il nome non è quello reale - figlia di uno dei più importanti testimoni di giustizia del Sud Italia. Ne sapeva qualcosa anche Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, morta dopo quattro giorni di agonia in seguito a una "caduta" dalla finestra della casa dove viveva ad Ariccia, in provincia di Roma, insieme al suo compagno.

Denise aveva trentacinque anni, tanti quanti ne aveva sua madre Lea quando fu uccisa dalla 'ndrangheta dopo essere diventata una testimone di giustizia e aver svelato ai magistrati le faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Ad attirarla in un tranello era stato, nel novembre del 2009, lo stesso Cosco, il padre di Denise, che convinse Lea a raggiungerlo a Milano con la scusa di parlare proprio del futuro della ragazza. Invece, dopo aver separato madre e figlia, Lea fu consegnata ad altri membri del clan, che la torturarono lungamente per estorcerle confessioni e infine la uccisero e bruciarono il suo corpo in un barile. I resti furono poi ritrovati in un capannone nella frazione di San Fruttuoso di Monza nel 2012, in un luogo indicato alle forze dell'ordine da Carmine Venturino, l'ex fidanzato di Denise, poi diventato collaboratore di giustizia.

Nel 2011, al processo contro suo padre e gli altri membri della cosca, Denise ebbe il coraggio di testimoniare. Di sua madre raccontò: «Soffriva, non poteva lavorare. Vedeva che le sue dichiarazioni non avevano portato a niente e non si sentiva tutelata». Aveva aggiunto: «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia, perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita». Per il delitto, furono condannati all’ergastolo Carlo Cosco e vari appartenenti al clan.

Denise Cosco morta come Rita Atria?

Denise è rimasta nel programma di protezione fino al 2018, poi ne è uscita. Era mamma da quattro anni e cercava di rifarsi una vita. Ma la verità è che da quel programma per i testimoni di giustizia non esci mai, vivi nella paura, rimani una vittima designata.

«Oggi è morta Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo», fa sapere l'Associazione Rita Atria, che porta il nome della testimone di giustizia di 17 anni morta il 26 luglio del 1992, una settimana dopo l'attentato di via D'Amelio in cui morì il magistrato Paolo Borsellino che lei adorava come un padre. Anche Rita cadde da una finestra, ma dall'appartamento di Roma dove avrebbe dovuta vivere "protetta". L'Associazione Rita Atria da anni chiede che si indaghi su quella morte misteriosa per stabilire se fu davvero un suicidio oppure se Rita Atria fu suicidata.

«Abbiamo letto melensi coccodrilli su Denise», continua l'associazione che lotta per i diritti dei testimoni di giustizia, «noi invece aspettiamo l'esito delle indagini e auspichiamo che il fascicolo sia più corposo delle 17 paginette con cui hanno liquidato la morte di Rita Atria. Aspettiamo l'esito delle indagini. Anche su Rita, dopo soli 4 giorni e ad indagini neanche aperte si è voluto mettere il sigillo del suicidio».

Testimoni di giustizia

Testimoni di giustiziajxfzsy

Anna, figlia di un testimone di giustizia: «La nostra vita è un incubo»

Intanto, per Denise, per quello che ha vissuto, parlano gli altri figli dei testimoni di giustizia. Quelli che, come lei, da quel programma non sono mai usciti. «Non puoi isolare una bambina per quindici anni e poi dirle: “Adesso vai nel mondo e vivi”. Non puoi. Perché non è abituata alla socialità, non sa come muoversi tra gli altri. Io non sapevo parlare con le persone, non sapevo fare amicizia, non avevo nulla da raccontare. La parte più difficile non è stata vivere nel programma di protezione, ma uscirne: è lì che ho capito di non essere pronta al mondo che mi aspettava», dice Anna, con cui abbiamo iniziato questa storia.

Anna ha trentatré anni, quindici dei quali trascorsi in località protette. È figlia di uno dei più importanti testimoni di giustizia del Sud Italia. Aveva nove mesi quando suo padre, dopo aver assistito a un omicidio di mafia, invece di voltarsi dall’altra parte andò dai carabinieri. «Da quel momento la nostra vita è diventata un incubo di spostamenti, case temporanee, scorte, regole, nomi da non dire, domande a cui non rispondere. Sono cresciuta senza amici, senza parenti, in città e abitazioni che cambiavano continuamente», racconta. «Ma per me quella era la normalità».

Quello che, invece, per Anna non era normale è la vita che per quasi tutti gli altri bambini è scontata: il parco sotto casa, i compleanni con i compagni di scuola, i cugini a Natale, la festa per la prima comunione.

In Italia oltre 3.500 persone sottoposte a misure di protezione

In Italia ci sono oltre mille minorenni che vivono o hanno vissuto in condizioni simili: bambini e ragazzi inseriti nei programmi di protezione che riguardano collaboratori e testimoni di giustizia. «Al momento ne gestiamo circa ottocento», mi dice un alto funzionario della polizia nelle stanze del Servizio centrale di protezione a Roma, dove il segreto è la norma: i nomi non si scrivono, la voce non si registra. È comprensibile: «Anche noi rischiamo la vita», mi spiegano. Ma dentro questa ossessione per la sicurezza si consuma una contraddizione che riguarda i più piccoli: si proteggono le vite, ma non sempre si riesce a proteggere l’infanzia.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, in Italia le persone sottoposte a misure di protezione sono 3.596: 793 collaboratori di giustizia, 55 testimoni, 2.564 familiari di collaboratori e 184 familiari di testimoni. Dentro questi numeri ci sono centinaia di figli e figlie che non hanno scelto nulla e che si trovano a pagare un prezzo altissimo.

«Il sistema attuale non è ancora a misura di minore», spiega Maria De Luzenberger, ex sostituto procuratore al Tribunale per i minorenni di Napoli, «il supporto psicologico, previsto dalla normativa, non sempre è attuato in modo adeguato, continuativo e competente rispetto alla specificità del trauma. A scuola mancano procedure chiare: molti bambini sono stati prelevati e portati in un’altra città a metà anno scolastico. Spesso manca l’ascolto: bisognerebbe spiegare ai minori cosa sta succedendo con modalità adeguate all’età e alla loro maturità. Di solito questo compito viene affidato ai genitori, ma anche loro fanno fatica a dare spiegazioni efficaci».

«In realtà», risponde una psicologa del Servizio centrale di protezione, «noi spieghiamo alle mamme e ai papà come gestire la situazione, come dirlo ai figli. Forniamo anche supporto psicologico, ma non è sempre facile mediare tra le esigenze dei bambini e quella di garantire la loro sicurezza». Il risultato è quella che gli esperti chiamano «sindrome da sradicamento», con disturbi d’ansia, depressione, stress post-traumatico, difficoltà scolastiche e relazionali, fino a tentativi di suicidio.

Figli dei testimoni di giustizia: la storia di Anna

«Da piccola ero sempre chiusa in casa», racconta Anna. «La mia è stata una tra le prime famiglie a entrare nel programma di protezione in Italia. Erano gli anni ’90 e chi avrebbe dovuto gestirci non era preparato a farlo. Siamo stati delle cavie. Ho cambiato tantissime scuole, in città diverse. Non facevo in tempo a legare con nessuno. E in realtà non potevo farlo, perché per riuscirci bisogna poter rispondere a domande semplici: come ti chiami, da dove vieni, perché ti sei trasferita, che lavoro fanno i tuoi genitori. Io non potevo, alla mia famiglia non era stata data neanche una storia di copertura da raccontare». Ma ciò che ancora la fa soffrire è altro: «Mio padre, l’uomo che pubblicamente rappresentava il coraggio della testimonianza, in privato era un carnefice. Picchiava mia madre e noi figli».

Tre condanne definitive per violenza familiare. Una casa trasformata in trappola. Una madre che nel 1994 prova a separarsi e ad andarsene, ma il programma di protezione ricompone il nucleo «perché gestire tutti insieme era più semplice. Quando sono diventata adolescente, mio padre, che prima neanche mi guardava, improvvisamente è diventato tenero», piange Anna, «mi guardava mentre mi spogliavo, cercava di rimanere solo con me. Io avevo più paura di lui che della mafia. I mafiosi non ci hanno mai cercati. La bestia era dentro casa e chi avrebbe dovuto proteggerci ci costringeva a conviverci». Eppure, dentro questa storia, Anna prova a trovare un senso: «Noi siamo stati i primi. Spero che il nostro sacrificio sia servito a cambiare le cose, che nessun bambino oggi debba vivere quello che ho vissuto io».

Testimoni di giustizia

Testimoni di giustiziaMeyer & Meyer

«Io, testimone di giustizia, non riesco a proteggere i miei figli»

«I problemi ci sono ancora», risponde a distanza Gennaro Ciliberto, ex manager nel settore delle opere pubbliche e oggi testimone di giustizia. Nel 2011 ha denunciato infiltrazioni della criminalità organizzata in appalti di rilievo nazionale, collaborando con diverse procure e con la Direzione investigativa antimafia. Le sue segnalazioni hanno portato al blocco di appalti per milioni di euro e al sequestro e ripristino di strade e ponti pericolosi. Per questo ha subito minacce, un attentato ed è stato costretto a lasciare la sua città.

Nel 2014 Gennaro - oggi vive con un altro nome - è stato ammesso, con la famiglia, nello speciale programma di protezione. Poi sono arrivate nove località diverse, anni di precarietà, il tentativo di uscirne, il cambio di generalità, errori burocratici, uno svelamento, un secondo cambio di generalità. «Il dramma più grande riguarda i miei figli», denuncia, «come si spiega a due bambini che nel 2013 si chiamavano in un modo, nel 2020 in un altro e nel 2026 in un altro ancora? Abbiamo parlato con i migliori psicoterapeuti. Ci hanno detto che non hanno parole né strumenti per spiegare una cosa del genere».

Il primo dei suoi figli, Salvatore, è entrato nel programma quando aveva pochi mesi di vita. «Man mano che cresceva, si comportava in modo strano. I medici chiamati dal Servizio centrale di protezione hanno diagnosticato una grave forma di disturbo dello spettro autistico, noi ci abbiamo creduto. Poi, però, abbiamo scoperto che non era così. Due diversi specialisti hanno confermato che è un bambino sano. Si era chiuso nel mutismo come reazione alle richieste di non dire a nessuno il suo vero nome, non parlare con i compagni, non raccontare nulla della sua famiglia. Peccato che il cambio di generalità, nel nostro caso, non ha coinvolto anche gli archivi sanitari e previdenziali («Il cambio di generalità provvisorio non modifica in modo permanente i dati anagrafici registrati nell'anagrafe nazionale e, di conseguenza, non altera lo storico contenuto nel fascicolo sanitario o all’ente di previdenza», spiegano dal Servizio centrale di protezione, ndr), dove risulta iscritto come affetto da grave deficit mentale. Non riesco a farlo riconoscere sano. Prende una pensione di invalidità, e io mi sento un ladro nei confronti dell’Inps. Salvatore rischia, un giorno, di non poter prendere la patente, partecipare a concorsi o percorsi pubblici».

Nel racconto di Ciliberto la vita sotto protezione è una sequenza di ostacoli amministrativi che diventano ostacoli emotivi: nove case, contratti intestati al Ministero dell’Interno, posta che arriva dopo mesi, certificati sanitari che non seguono il nuovo nome, cartelle cliniche inesistenti, archivi che non comunicano tra loro. «Ogni atto della vita quotidiana diventa un problema: una multa, una visita fiscale, il mutuo». E poi gli errori: «I miei figli hanno cambiato generalità restando nella stessa scuola. Bidelli, professori, compagni si sono chiesti cosa fosse successo. È stato uno svelamento evidente. Io oggi non ho più paura della camorra, ho paura del Ministero dell’Interno», dice.

Una frase durissima, che restituisce la delusione di chi ha creduto nella protezione dello Stato e sente che proprio gli errori del sistema stanno compromettendo la sicurezza e la vita dei suoi figli. «Non hanno amici che vengono a casa. Non abbiamo vita sociale. Io, che ho scelto di testimoniare contro la mafia, sto educando i miei bambini a mentire sulla propria identità. Sto crescendo dei bugiardi. Ma la cosa che mi fa più male, è che i traumi che stanno vivendo se li porteranno dietro per tutta la vita».

Ne sa qualcosa Anna, con cui abbiamo iniziato questa storia: «Dal programma di protezione non esci più, neanche quando ormai ne sei fuori da tanti anni. Rimani sempre una persona con un passato nascosto o da nascondere, e che vive nella paura», ribadisce. Si ferma un attimo, poi aggiunge: «L’altro giorno, nella panetteria dove lavoro, il proprietario mi ha chiamata: “Anna, vieni, c’è un tuo paesano che vuole conoscerti”. Sono arrivata nel suo ufficio con le gambe che tremavano. Lo sconosciuto mi ha sorriso, mi ha stretto la mano, mi ha chiesto: “Chi sono i tuoi genitori?”. Sono corsa via dicendo che mi si stava bruciando il pane».

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