Deficit e piano di rientro, Decaro cerca la “cura”: «Servono sforzi e tempo»

2026/09/17

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Per uscire dal «piano di rientro ci vorrà tempo» e richiederà «altri sforzi». Tradotto, serviranno ulteriori provvedimenti per ridurre i costi, in attesa di capire se dal fondo sanitario nazionale arriveranno maggiori risorse. Il governatore Antonio Decaro non è sorpreso dallo stop del ministero per il 2027, d'altronde i conti sono ancora da sistemare.

E lo sa bene il presidente della Regione che, da gennaio, sta cercando di stringere la cinghia e intervenire sugli sperperi. Il disavanzo da 350 milioni del 2025 ha bruciato ogni possibilità per la Puglia di abbandonare il Piano di rientro dopo 15 anni. Ma anche nei primi sei mesi del 2026, nonostante i correttivi in corsa, si viaggia in “rosso”, il passivo dovrebbe aggirarsi attorno ai 150-160 milioni nel primo semestre. L'obiettivo è frenare le perdite nella seconda parte dell'anno. «Siamo in piano di rientro per una scelta fatta dalla Regione tanti anni fa – ha detto ieri Decaro a margine della conferenza stampa di presentazione della Fiera del Levante - si sta in piano di rientro quando non si rispettano i livelli di assistenza, che per fortuna la Regione Puglia rispetta bene, e quando c'è uno scompenso tra le risorse che arrivano dallo Stato e quelle si spendono per assicurare quei livelli di assistenza».

La Puglia resterà in Piano di rientro anche nel 2027, almeno un altro anno e mezzo di gestione sotto il rigido controllo dei ministeri della Salute e dell'Economia, con tutti gli effetti che ne conseguono: assunzioni con il contagocce, freno a mano tirato sugli investimenti. È quanto emerso martedì scorso dalle parole di Walter Bergamaschi, direttore generale della Programmazione sanitaria del ministero della Salute, ascoltato dalla Commissione Affari sociali della Camera nell'ambito dell'indagine sull'erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni. Bergamaschi ha fatto il punto della situazione, spiegando che sono uscite dal Piano di rientro Liguria, Sardegna e Piemonte e, da qualche mese, anche la Campania, «mentre il Lazio ha avviato un percorso che dovrebbe presumibilmente completarsi nel 2027». Resteranno invece in Piano di rientro, ha sottolineato, «Abruzzo, Puglia, Molise, Calabria e Sicilia. Le prime tre presentano principalmente criticità di natura contabile, mentre Calabria e Sicilia evidenziano criticità sia sul piano dei bilanci sia nell'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza».

«Nella stessa situazione - ha evidenziato Decaro ieri - ci sono tante Regioni che hanno lo stesso problema dalla Puglia, cioè hanno spese maggiori rispetto al Fondo sanitario nazionale. La Puglia deve fare degli sforzi che stiamo facendo e continueremo a fare». Complessivamente, sul piano finanziario, Bergamaschi ha spiegato come, «rispetto al disavanzo complessivo di circa 6 miliardi di euro registrato in passato, oggi tutte le Regioni, con l'eccezione del Molise, presentino bilanci in equilibrio o disavanzi entro il 5%, comunque coperti attraverso risorse della fiscalità o dei bilanci regionali».

Complessivamente, il servizio sanitario nazionale continua a spendere più di quanto viene finanziato, con un divario destinato ad arrivare a 11 miliardi di euro nel 2028, mentre il peso del Fondo sanitario rispetto al Pil scenderà fino al 5,9%. E, contemporaneamente, il sistema, però, è chiamato a trovare personale e risorse per far funzionare Case della comunità e Ospedali di comunità costruiti con il Pnrr. Dopo l’aumento del finanziamento della sanità a 142 miliardi nel 2026, pari a 6,3 miliardi in più rispetto al 2025, la crescita rallenterà: nel 2027 il Fondo salirà a 143,9 miliardi, appena 1 miliardo in più (+0,7%), mentre nel 2028 raggiungerà 144,7 miliardi, con un incremento di 869 milioni (+0,6%). Una dinamica che, avvertono le Regioni, non consente una programmazione sanitaria pluriennale in grado di sostenere il rilancio del sistema.

Ancora più significativo il dato sul rapporto con il Pil: il finanziamento passerà dal 6,15% del 2026 al 6% nel 2027 fino al 5,9% nel 2028. Secondo il documento, portare stabilmente il Fondo sanitario al 7% del Pil richiederebbe circa 20 miliardi di euro in più ogni anno nel triennio 2026-2028. E c’è un altro numero che fotografa la tensione sui conti: la previsione della spesa sanitaria risulta costantemente superiore alle risorse disponibili, con un differenziale di 7 miliardi nel 2026, 7,9 miliardi nel 2027 e fino a 11 miliardi nel 2028. Una situazione che, secondo le Regioni, dimostra un “sottofinanziamento” strutturale del Servizio sanitario nazionale e finisce per trasferire una quota crescente dell’onere sui bilanci regionali.

A pesare è inoltre il fatto che una quota sempre maggiore degli incrementi del Fondo sia vincolata a specifici interventi nazionali. Nel 2026 i finanziamenti vincolati superano i 6 miliardi, contro i 2,6 miliardi del 2024. Per le Regioni questo meccanismo limita la capacità di adattare gli investimenti alle diverse realtà territoriali e va superata anche la logica dei tetti separati per farmaci, personale e dispositivi, favorendo invece una gestione più flessibile delle risorse.

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