Dal web alle armi in 46 giorni: così cresce il jihad digitale tra i giovani

2026/10/10

Categories: world-news

Roma, 10 ottobre 2026 – Il 285 per cento in appena due anni. È l’aumento delle operazioni antiterrorismo con minorenni coinvolti in Italia, passate dalle sette del 2023 alle 14 del 2024, fino alle 27 del 2025. Un’impennata documentata nell’ultima relazione dell’intelligence al Parlamento, che registra anche la crescita della quota di operazioni con minori sul totale, dal 27 al 41 per cento. I numeri riguardano l’estrema destra internazionale, l’islamismo radicale e le matrici ibride. Fotografano un fenomeno che preoccupa sempre di più i nostri 007. Soprattutto per la rapidità con cui la propaganda online può trasformarsi in propositi di violenza. La recente vicenda di W. L., 21 anni, arrestato il 2 ottobre a Cava de’ Tirreni, permette di ricostruire uno di questi percorsi attraverso le carte di un’inchiesta giudiziaria.

Il fenomeno emerge anche dai dati sull’estremismo islamista. Le operazioni antiterrorismo sono passate da 22 nel 2024 a 43 nel 2025. Quelle che hanno riguardato anche minorenni sono salite da due a nove, mentre il numero dei ragazzi interessati dalle indagini è raddoppiato, da cinque a dieci. Nel 2023, in questo settore, erano zero. L’allarme, del resto, è europeo. Secondo Europol, nel 2025 sono state arrestate 486 persone per reati di terrorismo nell’Unione, 347 delle quali in procedimenti jihadisti. Tra queste ultime, 108 avevano diciotto anni o meno. Su 45 attacchi compiuti, falliti o sventati, 24 erano jihadisti.

Più che i numeri, però, sta cambiando il percorso che conduce alla radicalizzazione. La relazione degli 007 segnala una progressiva riduzione dei tempi e casi che coinvolgono persino ragazzi sotto i quattordici anni. Internet offre propaganda, contatti e socializzazione senza uscire di casa. Talvolta, osservano gli analisti, la fascinazione per la violenza precede la stessa adesione ideologica: la ricerca di appartenenza può venire prima della conoscenza religiosa. È proprio questa combinazione di rapidità, solitudine e accesso a materiali e interlocutori online che compare nelle carte dell’inchiesta sul 21enne.

L’ordinanza del gip Federico Noschese descrive infatti una trasformazione rapidissima. Il ragazzo racconta a un amico di essersi radicalizzato intorno al 17-18 agosto scorso. Su Telegram, sostiene, trova manuali dell’Isis ed entra in una chat che ritiene collegata ad Al-Qaeda. Non ci sono prove che il giovane fosse effettivamente affiliato all’Isis o ad Al-Qaeda. Le indagini documentano però qualcosa di concreto. Il 21enne non si limitava a frequentare canali jihadisti e a consultare materiale di propaganda, ma cercava istruzioni per fabbricare esplosivi e prendeva contatto con altri utenti per ottenere assistenza. Il 16 settembre ripubblica su TikTok un’immagine con la scritta ‘Lamanio Library’.

Per la Digos rimanda a Lamanho, progetto jihadista ceceno che diffonde manualistica sugli ordigni. Gli investigatori monitorano i profili TikTok, Instagram e Telegram del giovane. Il 30 settembre la Digos di Salerno trasmette un’informativa alla Procura distrettuale. Con un altro account entra in TechHaven, server autogestito della piattaforma Rocket.Chat frequentato da sostenitori dell’Isis. Cerca assistenza per reperire manuali sugli esplosivi. Così, nel caso concreto, l’ambiente online non è soltanto il luogo della propaganda, ma diventa il canale attraverso cui il giovane tenta di procurarsi istruzioni e contatti.

TechHaven non è una chat come le altre. Alessandro Bolpagni e Ali Fisher, analisti del centro di ricerca Itstime dell'Università Cattolica, hanno ricostruito in uno studio pubblicato su Perspectives on Terrorism l'attività di TechHaven dalla fine del 2018. Un aggiornamento di Bolpagni registra, al 7 maggio 2026, 12.529 account e 562 stanze. Non sono 12mila terroristi, ma gli account di un ambiente popolato da propagandisti, traduttori e tecnici. Il 21enne, nelle chat WhatsApp, dice agli amici di tradurre tutorial e di averli inviati ad altri utenti. “Chest p me e fatic”, scrive in dialetto, questo per me è lavoro. Sul suo iPhone compare anche un video del 20 settembre con il logo Lamanho. Una serie di rapporti della società Terrogence aveva già documentato la circolazione di materiale attribuito al progetto ceceno. Il quadro generale delineato dagli studi e dai rapporti, dunque, aiuta a leggere il significato di quelle attività senza trasformare automaticamente ogni account o ogni presenza online in una prova di affiliazione.

Dalla ricerca di manuali, intanto, il discorso su Telegram passa a un possibile bersaglio. A un utente conosciuto su TikTok, che crede jihadista, il ragazzo parla di un attentato. Invia la fotografia di un revolver, ma ammette di non avere munizioni e chiede assistenza. Sollecitato a indicare il luogo, parla di una grande piazza e manda l’immagine di piazza San Carlo a Torino. Non ha ancora capito come agire. La conversazione prosegue su un’app ritenuta più sicura. Il 24 settembre afferma di aver fatto progressi e di aver costruito una bomba carta che produce “un grosso botto”. Il gip lo ritiene credibile, ma l’ordigno non viene sequestrato. È qui che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il percorso online si traduce in atti preparatori e in un’ipotesi di violenza, pur senza arrivare alla realizzazione di un attentato.

Non solo. Su Telegram il giovane racconta di voler reclutare altre persone “per la nostra causa”. Cerca un telefono nuovo e una sim non intestata. Chiede agli amici di cancellare i messaggi. A uno scrive “io divento un terrorista dell'Isis”. Intanto, il 30 settembre, la Digos di Salerno trasmette un'informativa alla Procura distrettuale. Due giorni dopo, il 2 ottobre, gli agenti perquisiscono la sua abitazione. Nella camera del giovane trovano due pistole a salve modificate, un machete, coltelli, una bandiera dell'Isis e una stampa di Bin Laden. L'analisi preliminare dei dispositivi elettronici permette di ricostruire le conversazioni e il progetto di attentato a Torino. Gli investigatori intervengono anche sulle credenziali dell'archivio iCloud, per impedirne l'accesso da remoto. Alle 22 scatta l'arresto.

Tre giorni dopo, durante l'interrogatorio davanti al gip, il giovane di Cava de’ Tirreni ammette di aver modificato personalmente le pistole, ma prova a ridimensionare le accuse. Sostiene che le sue dichiarazioni fossero soltanto vanterie e afferma di essere ancora cattolico, senza essersi convertito all'Islam. Il giudice respinge la tesi della semplice spacconeria, richiamando le chat, le richieste di assistenza e le armi sequestrate. In appena 46 giorni, dall'inizio della radicalizzazione dichiarata dal giovane fino all'arresto, il giovane sarebbe così passato dalla propaganda jihadista alla preparazione di un possibile attentato. Un percorso maturato soprattutto sul web, che richiama i rischi segnalati da tempo dall'intelligence italiana.

>> Home