(di Francesca Chiri)
PAOLO MIELI, IL GRANDE INGANNO
(RIZZOLI; 300 PP; 19 EURO)
Di inganni è tappezzata la storia dell'umanità. Dagli albori
ai giorni nostri, dal mito alla propaganda, passando per
l'errata convinzione che quando una guerra è in corso, la pace
possa sempre essere "a portata di mano". Ed è una sorta di
inganno anche il fatto di aver creduto che il Novecento fosse
quel "secolo breve" di hobsbawmiana teoria, al termine del quale
sarebbe finita la storia così come la conoscevamo: quella fatta
di guerre, conflitti per la prima volta di portata mondiale. E
che, una volta finite quelle, e con la fine della guerra fredda,
si sarebbero spalancate le porte ad una nuova era, imperfetta ma
pacifica, una sorta di era dell'acquario. Un inganno disvelato
dalla cronaca che ci mostra quanto il secolo breve abbia invece
scavalcato il millennio, dilatandosi a dismisura. Un "secolo
infinito".
È un inganno, per andare indietro con le lancette del tempo,
la visione che alcuni storici hanno dato della figura di
Alcibiade il cui tratto da "star" ribalta, a posteriori, il
tradizionale racconto del suo rapporto con la democrazia
ateniese. Un legame che fu, più che un fallimento, un matrimonio
"impossibile" dice Mieli adottando il punto di vista dello
storico Marco Bettalli: Alcibiade, in un certo senso, è stato la
"negazione" della democrazia, utile al giovane e possente
leader, unicamente ad offrirgli un pubblico.
Gli inganni, sostiene in sostanza Mieli, fanno parte del
racconto della storia, della sua interpretazione. Fu inganno ad
esempio raccontare la conquista di Tiro da parte di Alessandro
Magno come un successo, senza valutare le conseguenze negative
dell'assedio. Che furono tragiche da molti punti di vista ma
segnatamente per uno: il ruolo che quel centro nevralgico di
commerci ed arti avrebbe potuto continuare ad avere per il
progresso dell'umanità. La sua disfatta, al contrario, portava
perdite anche in termini di conoscenza.
Proprio Tiro, tra l'altro, collega il ragionamento di Mieli
ad un altro capitolo del suo libro, quello sul loro dio, il
fenicio Melqart che i Greci identificavano con Eracle, che aveva
incuriosito anche Erodoto il quale compì un viaggio di "studio"
sull'isola proprio per fare chiarezza sulla natura della
divinità. Una natura e una funzione che andavano ben oltre,
molto oltre rispetto alle fondamenta della civiltà greca
occidentale, alla figura del mitico eroe forzuto autore delle
dodici fatiche, compiute per espiare le sue colpe e quelle del
genere umano.
Ma l'inganno più geniale che ci riserva la storia viaggia a
cavallo della leggenda: quella, ad esempio, di cui è piena zeppa
la mitologia germanica popolata da quelle divinità minori che
erano i Nani, figure riconosciute da tantissimi popoli nordici,
dalla Svizzera all'Islanda. Nella descrizione, ad esempio, di
Tolkien erano robusti, resistenti, laboriosi, alti circa un
metro e mezzo, di corporatura massiccia, carnagione scura,
olivastra. E portavano elmo e corazza. Niente di più facile che
si trattasse, come sostiene Tommaso di Carpegna Falconieri ne La
storia al contrario, dei soldati romani che presidiavano dagli
altissimi "barbari" il 'limes' romano che correva tra il Reno e
il Danubio.
Se la storia antica è comprensibilmente più soggetta agli
inganni, e lo stesso può dirsi per quella medievale, Mieli si
sofferma anche su quella moderna e contemporanea dove passa ad
analizzare questioni come "l'uso politico della fantascienza",
arrivando anche all' "invenzione" dell'Aventino da parte di
Amendola. O meglio, alle critiche rivolte alla scelta di quella
mossa politica, pur essendo indimostrabili diversi esiti,
qualora fosse stata adottata una strategia diversa
dall'abbandono dell'Aula parlamentare, come fecero i comunisti.