Dal 20 al 24 luglio 2026 si è svolta a New York la prima sessione plenaria sostanziale del Global Mechanism delle Nazioni Unite. Nato dal lavoro dell’Open-Ended Working Group 2021-2025 e approvato con la risoluzione 80/16, è un processo permanente su minacce, diritto internazionale, comportamento responsabile e sviluppo delle capacità.
Il quadro di principi esiste già; ora occorre renderlo applicabile. È il passaggio dalla diplomazia dell’enunciazione a quella dell’implementazione: dalle regole alle decisioni e ai risultati.
Entrando nella sala dei lavori era evidente che non si stesse discutendo dell’ennesima iniziativa sulla cybersecurity. Il tema era più ampio: come trasformare principi condivisi in capacità concrete di cooperazione, preparazione e decisione. Il Global Mechanism non è un nuovo trattato, ma un processo permanente orientato all’implementazione.
Durante i lavori ho osservato delegazioni di contesti molto diversi convergere sugli stessi problemi: infrastrutture critiche, ransomware, sviluppo delle capacità e fiducia. L’impressione più netta è che la sfida non sia più definire principi, ma renderli utilizzabili.
Dalle interdipendenze alle conseguenze
A prima vista questo confronto può sembrare distante dalle imprese. In realtà riguarda direttamente la loro capacità di operare.
Un attaccante può partire da un’informazione pubblica, impersonare un fornitore e ottenere da un dipendente un accesso legittimo. Da lì si muove tra identità, sistemi e processi fino a raggiungere una funzione critica. Il rischio non è nella singola vulnerabilità, ma nel percorso che collega tecnologie, persone, processi e relazioni di fiducia.
Per un Paese manifatturiero come l’Italia, integrato in filiere internazionali, questi percorsi possono trasformare un evento tecnico in perdita di continuità e competitività. Regole internazionali, cooperazione e capacità comuni sono quindi fattori economici, non soltanto diplomatici.
Le vulnerabilità restano importanti, ma sempre più spesso il rischio nasce dalle relazioni tra tecnologie, persone, processi, fornitori e decisioni. È questa rete di interdipendenze a determinare la resilienza di un’organizzazione.
Il contributo degli stakeholder e la prospettiva italiana
Il Global Mechanism riconosce che nessuno Stato possiede, da solo, tutte le competenze necessarie per interpretare questa complessità. Imprese, università, comunità tecnica e società civile aggiungono dati, scenari ed esperienza operativa. Il loro contributo acquista valore quando diventa utilizzabile da chi decide.
In questo contesto IMQ Intuity ha partecipato come unica impresa privata italiana accreditata, portando un’esperienza maturata attraverso centinaia di simulazioni realistiche di attacco al business. Non una tecnologia o un prodotto, ma un modo diverso di leggere il rischio.
Risk Translator: dalla tecnica alle decisioni
Lo abbiamo definito Risk Translator. Non una nuova figura professionale, ma una capacità che ogni organizzazione dovrebbe sviluppare: trasformare vulnerabilità tecniche, scenari di attacco e dati operativi in elementi utili ai processi decisionali. Un amministratore delegato non deve conoscere il nome di una vulnerabilità; deve comprendere quali funzioni critiche possono essere compromesse, come l’impatto può propagarsi e quali decisioni adottare prima della crisi.
È questo il passaggio culturale più importante: la cybersecurity smette di essere un tema esclusivamente tecnologico e diventa una disciplina di governance, nella quale la qualità delle decisioni conta quanto la qualità delle difese.
Le prossime tappe
Nei prossimi mesi il lavoro proseguirà nei Dedicated Thematic Groups, chiamati a trasformare il dialogo avviato a New York in proposte operative sulla capacity building e sulla cooperazione internazionale. Sarà il passaggio dai principi all’implementazione.
Per le imprese italiane il messaggio è chiaro. La resilienza non si costruisce soltanto investendo in tecnologie, ma comprendendo le interdipendenze, mettendo in discussione le proprie assunzioni e prendendo decisioni migliori prima che la crisi si manifesti.
La resilienza non nasce quando la crisi inizia, ma molto prima: nel modo in cui osserviamo la realtà, interpretiamo i segnali e prendiamo decisioni.
In un’economia fondata su filiere globali, dati e automazione, cybersecurity e competitività sono ormai due dimensioni della stessa strategia. Per questo motivo, la vera sfida non è soltanto proteggere ciò che abbiamo costruito, ma sviluppare la capacità di prendere decisioni migliori in un mondo sempre più complesso.
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