Cristina (Leila), italiana convertita all’Islam: “Indosso il velo da una vita, mai avuto ripensamenti”

2026/10/03

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Cristina Lamieri (Leila), 62 anni, italiana convertita all’Islam, vive in provincia di Bologna: "Il velo è una forma di devozione verso Dio"

Cristina Lamieri (Leila), 62 anni, italiana convertita all’Islam, vive in provincia di Bologna: "Il velo è una forma di devozione verso Dio"

Porta l’hijab da quando era ragazza Cristina Lamieri – Leila - 62 anni, italiana convertita all’Islam che vive in provincia di Bologna. Sposata con un ingegnere di origine libanese ha due figli, la più grande ha 41 anni e fa la ginecologa.

Per Cristina Lamieri (Leila), 62 anni, italiana convertita all’Islam, vive in provincia di Bologna, "il velo è una forma di devozione verso Dio"

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Anche lei indossa il velo?

“Sì, ha sempre portato l’hijab, ha iniziato a 12 anni”.

Ed è stata una sua scelta?

“Certo. Anche la mia è stata una scelta. L’ho deciso dopo la conversione all’Islam, che risale al 1992. Bisogna arrivarci da sole, non deve essere un’imposizione”.

Che cosa rappresenta il velo per lei?

“Una forma di devozione verso Dio. Non verso il marito, non verso il padre. Esclusivamente verso Dio”.

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Anche a Bologna capita di incontrare donne con il niqab, che magari dimostrano di non conoscere l’italiano. Cosa ne pensa?

“Bisogna vedere le singole situazioni, non mi posso esprimere”.

Ma se una musulmana porta il velo, magari integrale, e non parla la lingua del Paese dove vive, non si confina in un ghetto?

“Sì, purtroppo ci può essere questo rischio. Non nella generazione nuova, direi, può capitare tra le persone della mia età o anche tra quelle un po’ più giovani”.

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Non ha mai incontrato una donna che le abbia confessato di essere stata costretta al niqab?

“Mai, non è mai successo”.

Non crede che ci possa essere paura a confidarlo?

“No, credo sia la verità. Perché ho conosciuto invece chi ha smesso di portare il velo. In Italia penso di aver visto due donne con il burqa in vita mia. Tutte quelle che conosco indossano l’hijab”.

Lei è convertita all’Islam da una vita. Ha mai avuto dei ripensamenti?

“Ripensamenti no. Però c’è stato un momento in cui al lavoro mi sono sentita un po’... ghettizzata. Erano i primi anni ‘90 e lavoravo come hostess”.

Ghettizzata, perché?

“Mi assegnavano sempre le postazioni più nascoste, questo almeno è stato il mio pensiero. Ci rimanevo molto male, mi sono sentita offesa perché penso di essere sempre stata una persona corretta sul lavoro e la scelta del velo mi ha migliorato”.

Cosa vuol dire?

“Mi ha migliorato nel comportamento”.

Non lo ha mai considerato un esempio di sottomissione?

“No, ripeto: è una forma di devozione verso Dio”.

La nuova premier del Marocco non lo porta.

“Come si dice, l’abito non fa il monaco. Può darsi che chi non lo indossa sia anche meglio di me. Quando mi sono sentita un po’ messa da parte sul lavoro ne ho parlato con mio marito. Ricordo ancora molto bene le sue parole, mi ha detto: se pensi che il velo ti possa creare problemi, toglilo. Ho fatto le mie riflessioni, ho concluso che mi sentivo molto meglio, che stavo continuando a fare il mio dovere come prima, senza imporre nulla a nessuno. E l’ho tenuto. Poi le cose sono migliorate anche in ufficio”.

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