Crescita, il motore Napoli fa correre il Mezzogiorno: «Non è soltanto turismo»

2026/08/09

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Napoli nel 2026 sarà la quarta città capoluogo d’Italia per la crescita stimata del Prodotto interno lordo, con un incremento previsto dell’1,5%. Uno 0,3% in meno di Bolzano e appena uno 0,1% al di sotto di Roma e Milano, insomma siamo lì. Un dato forse annunciato almeno a livello di percezione, considerato il trend di crescita della città di questi ultimi anni, ma che colpisce al di là del valore in sé. Perché vuol dire, intanto, fare molto meglio della media nazionale (+0,9%), e poi ribadire il ruolo di traino del Mezzogiorno che dal post Covid è l’area del Paese che ha spinto di più sul piano economico (Pil e occupazione in primis) rispetto al resto del Paese. Una locomotiva verrebbe da dire, nei giorni del dolore per l’addio a Francesco Guccini e del ricordo di una delle sue più note canzoni.

Lo scenario

Insomma, l’analisi realizzata dal Cer (Centro Europa Ricerche) per Confesercenti, diffusa ieri, non solo conferma che il cambio di paradigma non è fumo o esercizio di vuota retorica ma spiega anche perché nell’Italia che cresce (è il leit motiv della ricerca) il Sud con Napoli (e non solo) resta un fattore determinante, indispensabile. Naturalmente la crescita non è omogenea (per la Campania, ad esempio, si ipotizza un +0,8% che risulterebbe leggermente più basso della media Italia); i divari continuano ad esistere anche all’interno delle macroaree; e il dinamismo economico deve fare i conti con velocità diverse dalla Valle d’Aosta (che peraltro è il fanalino di coda della classifica delle regioni di Confesercenti) a Reggio Calabria (anch’essa praticamente ferma al palo, secondo l’analisi relativa alle città capoluogo, con appena lo 0,1% in più). Il dato di fatto è però che pur tra tante difficoltà e incognite, anche di natura geopolitica, il Paese si muove e la probabile correzione annuale del Pil 2026, che potrebbe attestarsi allo 0,9%, sta a dimostrarlo.

Dietro il Pil di Napoli, che però è anche la seconda città capoluogo per indice dell’inflazione, con una stima del 3,5% a fine anno, superata solo da Reggio Calabria (4,3%) e seguita da Bolzano e Roma (entrambe al 3,4%), non ci sono peraltro solo gli ottimi indicatori del turismo. Il dato interessante, spiega Confesercenti, è anzi che il turismo da solo non basta a spiegare chi corre di più: Venezia cresce meno della media nazionale (+0,7%), tanto quanto Torino, mentre Firenze si ferma appena sopra (+1,1%), in linea con Bologna, Genova e Trieste, nonostante la vocazione turistica delle prime due.

L’analisi

Di sicuro i numeri del comparto danno comunque un’idea del potenziale messo in campo da Napoli, con un valore assoluto generato di oltre 5 miliardi di euro all’anno e il coinvolgimento di oltre 128 mila imprese e 750 mila occupati. Commenta Vincenzo Schiavo, presidente Confesercenti di Napoli e Campania e vicepresidente nazionale con delega al Mezzogiorno: «L’artigianato, i prodotti locali, dalla gastronomia all’abbigliamento e alla sartoria, spiegano che il traino di Napoli per il Sud va oltre il boom turistico. Se in passato poteva sembrare una scommessa audace, oggi è una certezza: la città ha la struttura e la maturità per gestire e valorizzare contesti di grandissima visibilità». L’allarme, come detto, arriva dall’inflazione: «Oggi anche da noi non si riesce più a produrre per il territorio, ci si rivolge anche a catene internazionali d’acquisto, il che ha inevitabilmente ridotto il divario storico sui prezzi di diversi prodotti di consumo. Nonostante ciò - sottolinea Schiavo - Napoli e la Campania restano sempre meno care del Nord Italia. Dalla filiera lattiero-casearia alle produzioni locali, fino ai consumi quotidiani - come il caffè espresso, che a Napoli si attesta ancora tra un euro e 1,20 euro, contro una media nazionale ben più alta - la città continua a garantire un rapporto qualità-prezzo imbattibile».

La mappa

A livello di macroaree, i dati Cer indicano che il passo più veloce è quello del Nord-est (+1,1%), seguito dal Centro (+1,0%) mentre Nord-ovest, Sud e Isole restano appaiate, tutte a +0,8%. È un dato diverso da quello appena riproposto da Svimez in base al quale il Mezzogiorno a fine anno registrerà un Pil superiore a quello delle altre circoscrizioni del Paese. Ma, come spiega Nico Ronchi, presidente di Confesercenti, «In un periodo in cui l’unica certezza sembra essere il caldo tropicale che ci accompagnerà per tutto agosto, i numeri danno qualche soddisfazione», sottolineando come le previsioni sul Pil migliorino e l’inflazione resti, nella media nazionale, sotto la soglia del 3%. Gronchi avverte però che è ancora presto per dire quanto il caldo torrido peserà sull’andamento dell’economia e sulle scelte di spesa delle famiglie. Inoltre, non può essere sottovalutato il fatto che – osserva il numero uno della Confederazione - metà della crescita attesa per il 2026 si concentri in appena cinque città, segno che le economie urbane sono ormai un motore autonomo dello sviluppo nazionale.

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