Conte cavalca l’Ucraina per prendersi il campo largo: Schlein già ko

2026/08/04

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Nei palazzi romani circola una lettura che va dritta al punto: la crociata di Giuseppe Conte contro l'invio di armi a Kiev non è (solo) politica estera. È il grimaldello con cui il leader pentastellato punta a scardinare la leadership di Elly Schlein e a intestarsi la guida del campo largo in vista di Palazzo Chigi. La linea pacifista, più o meno esplicitamente accostata a simpatie mai del tutto rinnegate per Vladimir Putin, diventa terreno di scontro sul quale Conte si sente più forte di chiunque altro nella coalizione. Non è la prima volta che il leader M5S individua nella politica estera un varco identitario da cui far leva sugli alleati: stavolta, però, la posta in gioco è la leadership stessa del campo largo, non solo la linea da tenere in Parlamento.


La mossa a doppio vantaggio


La proposta di affidare alle primarie di coalizione la decisione sulle forniture militari a Kiev, si racconta nei retroscena di Transatlantico, è un classico schema win-win. Se il Movimento dovesse imporre la sua linea, Conte si presenterebbe come l'unico leader capace di dettare l'agenda al centrosinistra, relegando il Pd al ruolo di comprimario. Se invece la sfida si consumasse tutta dentro le urne interne, sarebbe comunque Schlein a doversi giocare la faccia: una sconfitta sul tema, sussurrano fonti vicine al dossier, potrebbe tradursi in una débâcle personale, con la segretaria costretta a fare i conti con la propria tenuta interna.


Il vicolo cieco di Schlein


Il problema, per la segreteria dem, è che ogni strada sembra portare a un vicolo cieco. Restare fedele alla linea atlantista e filo-ucraina significa esporsi all'accusa di essere sganciata dal sentimento pacifista di larga parte della base, sempre più permeabile ai richiami pentastellati. Cedere terreno e assecondare la linea Conte, però, rischierebbe di travolgere l'intero Pd, non solo la sua leader: un partito che si accoda all'appeasement nei confronti di Mosca uscirebbe frantumato, con le correnti atlantiste pronte a far saltare il banco al primo passo falso. In entrambi i casi, chi ne beneficerebbe è comunque l'ex premier, pronto a raccogliere i pezzi di una coalizione in frantumi. È lo schema che nei corridoi di Montecitorio viene ormai definito, senza troppi giri di parole, come la tenaglia perfetta: qualunque esito prenda la partita delle primarie, a uscirne indebolita sarebbe comunque la segreteria dem, mai davvero l'M5S.


Un Pd già in fibrillazione


Nei dem la lettura non è isolata. Diverse componenti interne, si racconta nei corridoi del Nazareno, osservano con crescente nervosismo la capacità di Conte di dettare i tempi della discussione pubblica, mentre la segreteria fatica a trovare una linea che tenga insieme anima riformista e anima movimentista. Il timore, neppure troppo sottotraccia, è che la partita sull'Ucraina finisca per essere solo l'antipasto di uno scontro più ampio sulla leadership della coalizione, con Conte pronto a candidarsi lui stesso a Palazzo Chigi qualora il campo largo dovesse davvero prendere forma nei prossimi mesi.


Cosa succede adesso


La partita delle primarie di coalizione, a questo punto, non è più un semplice tecnicismo procedurale: è diventata il terreno su cui si misureranno rapporti di forza destinati a ridisegnare gli equilibri del centrosinistra per gli anni a venire. Conte lo sa, e non è un caso che stia scegliendo di giocarla proprio ora, sfruttando un tema identitario capace di mobilitare l'elettorato di riferimento e di mettere alle strette gli alleati riluttanti. Per Schlein, invece, il rischio resta duplice: perdere la sfida interna, oppure vincerla lasciando sul campo un partito spaccato e indebolito. In entrambi gli scenari possibili, nei retroscena romani si scommette già su chi arriverà primo al traguardo del campo largo.

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