Onorevole Mastella, lei è esperto di raccolta delle firme per presentare liste elettorali. Qual è oggi il caso?
«La maggioranza di governo sta stabilendo che servono 6000 sottoscrizioni, da raccogliere in ogni collegio delle varie regioni, affinché un movimento possa presentarsi al voto».
Una cifra eccessiva?
«Chiedere troppe firme è un'ingiustizia palese. Anche perché, oggi, non c'è più il modello di partito tradizionale che si mobilitava per raccogliere le firme. La cifra di 6000 è proprio un'enormità. O meglio: forse sono poche per le grandi regioni italiane, ma sono troppe per le piccole regioni come il Molise, l'Umbria, la Basilicata, la Liguria. È improponibile e ingeneroso chiedere la raccolta uguale in ogni territorio. Si tratta di una omologazione che, a mio parere, non rispetta i requisiti costituzionali».
Addirittura?
«Ma sì. Ogni norma deve essere proporzionale al numero degli abitanti di ogni territorio. E l'uguaglianza costituzionale si basa sul fatto che puoi garantire chi sta in Parlamento ma non puoi rendere impossibile l'ingresso dei nuovi. Alla politica italiana, serve un centro per mitigare le asprezze, per ammorbidire questo bipolarismo che è diventato un bipopulismo, e danneggiare la possibile formazione di un centro largo significa voler conservare questo schema politico che molti cittadini giudicano sbagliato. E infatti si rifugiano nell'astensione».
Insomma, Mastella è d'accordo con Conte?
«Sì, lui è generoso nel momento in cui contesta questa norma, anche se nel farlo è condizionato dall'apertura della campagna elettorale per le primarie. Dove vedo che i due contendenti, Schlein e Conte, sono più interessati a vincere la prima tappa del Giro d'Italia, anziché vincere il Giro d'Italia».
Qual è, secondo lei, il numero giusto di firme?
«Andrebbe lasciato il numero che era in vigore nel 2006».
Vale a dire?
«2500 sottoscrizioni e con differenze regionali. Tanto è vero che uno come me, con l'Udeur, riuscì a farcela».
Come ce l'ha fatta?
«In alcune regioni del Sud è stato facile, perché è lì che io ho il mio radicamento e ho una sorta di garitta particolare a difesa del Mezzogiorno. In altre parti della Penisola, mi diedero una mano i dissidenti, per esempio a Roma, di Comunione e Liberazione. Quelli legati a un sacerdote molto bravo: don Tantardini, che purtroppo è ormai scomparso».
E al Nord?
«Le racconto che cosa avvenne in Friuli. Avevo un segretario regionale dell'Udeur, ex parlamentare della Dc, il quale pensò bene di candidarsi al Senato per l'Italia dei Valori, il partito di Di Pietro, infischiandosi quindi di raccogliere le firme per la nostra lista. Perciò, dovetti trasferirmi in Friuli per tre giorni, ovviamente piovosi come capita spesso da quelle parti, e girai per Udine Gorizia, Pordenone e nei vari paesi anche minuscoli, mettendo un banchetto in mezzo alla strada. Invitavo chiunque a sottoscrivere per noi. I meridionali che vivevano lassù sono venuti in massa a mettere la firma. Ricordo soprattutto l'affluenza dei militari. Come lei sa, in Friuli ci sono tante caserme che sono piene di soldati campani, pugliesi, calabresi, siciliani. Ora c'è Vannacci che si vanta di avere simpatie fra i militari. Ma prima di lui le ho avute anche io, pur non essendo un generale».
Lei riuscì nell'intento?
«Forse sì, forse no. Presentai le mie firme al tribunale, e lì accadde una cosa incredibile. Io lo chiamerei un piccolo miracolo».
Ce lo racconti.
«Anche altri avevano presentato le loro sottoscrizioni, ma uno di questi inavvertitamente urtò la pila dei miei fogli, la fece cadere per terra, e le carte mie si mescolarono con quelle di altri movimenti. Davanti a questa insalata, io comincio a urlare: qui mi volete imbrogliare! Mi volete negare la presentazione della lista e farmi fuori pure a livello nazionale! Gridai al sopruso e al complotto anti-democratico. Dissi che avrei combattuto in ogni sede legale per avere giustizia».
E a quel punto che cosa avvenne?
«Nel dubbio, la presidente del tribunale accolse me e tutti gli altri».