Roma – La piazza pubblica non è stata sostituita da una piazza digitale: è stata privatizzata. Milioni di individui parlano nello stesso istante e ciascuno dispone di una voce potenzialmente universale. Ma il cittadino, connesso, esposto, profilato, sollecitato, è, però, solo e isolato. Al massimo pulviscolare. Il problema della democrazia, dunque, non è più il silenzio: è un rumore continuo nel quale l’indignazione corre più rapidamente del giudizio e la visibilità o, meglio, la ricerca costante di visibilità, prende il posto della rappresentanza.
La democrazia di massa del Novecento, invece, viveva di mediazioni e rappresentanza. Partiti, sindacati, giornali e associazioni trasformavano interessi privati in domande pubbliche, rabbia in conflitto regolato, appartenenza in programma. Quando i social network sono arrivati, quella trama era già consumata: in Europa gli iscritti ai partiti erano quasi il 15 per cento degli elettori all’inizio degli anni Sessanta e appena il 5 al passaggio del secolo. La rete, quindi, non ha demolito da sola la rappresentanza; ha occupato il vuoto lasciato dalla sua ritirata.
Peter Mair lo chiamò “governare il vuoto”: partiti più personali, società meno organizzate, elettori mobili e disponibili alla protesta. La promessa digitale sembrò offrire la cura: finalmente il cittadino senza intermediari. È accaduto il contrario. Gli intermediari sono diventati più potenti e meno visibili. Al dirigente politico, al sindacalista, al mediatore sociale si è sostituito un sistema autoreferenziale, apparentemente aperto ma di fatto opaco, di reti concentrate in poche mani nei differenti livelli, un sistema che decide che cosa vediamo senza dover motivare la scelta né rispondere a un elettorato.

Una protesta davanti agli uffici di Palantir a New York (EPA/OLGA FEDOROVA)
Hannah Arendt aveva compreso che la solitudine politica non coincide con l’assenza di contatti, ma con la perdita di un mondo comune nel quale parole e fatti siano riconoscibili da persone diverse. La massa connessa comunica senza formare necessariamente una comunità. La connessione attenua la distanza, ma non ricostruisce da sola un mondo condiviso.
Anche l’informazione si è trasferita dentro questa architettura. Nel 2026, per la prima volta nei 48 mercati osservati dal Reuters Institute, social media e piattaforme video sono diventati la via più usata per accedere alle notizie. È un affidamento senza fiducia: appena il 22 per cento considera attendibili le notizie incontrate sui social.
Social media e piattaforme video sono la via più usata per accedere a notizie
Il cittadino diventa così consumatore di indignazione. Rabbia, paura e ostilità sono merci più efficienti della cautela. Gli studi europei non dimostrano che ogni utente sia rinchiuso in una “bolla”, ma l’economia dell’attenzione premia l’intensità emotiva, rende il dissenso identità e converte l’avversario in una presenza quotidiana da odiare.
si manifesta l’eterogenesi dei fini. Le grandi piattaforme sono nate o cresciute nel ciclo della globalizzazione, del neoliberismo economico e della Terza via. Parlavano il linguaggio dell’apertura, della conoscenza senza frontiere, dell’individuo liberato dai vecchi poteri: i governi progressisti le considerarono infrastrutture della società aperta. La disintermediazione promessa ha prodotto, invece, una concentrazione senza precedenti: poche imprese controllano informazione, pubblicità, dati, relazioni sociali e una parte crescente dell’intelligenza artificiale. Shoshana Zuboff ha chiamato “capitalismo della sorveglianza” il modello che trasforma l’esperienza umana in materia prima per prevedere e orientare i comportamenti. La libertà della rete ha generato sovrani privati della visibilità.
Già nel 2009 Thiel sosteneva l’incompatibilità tra libertà e democrazia
Non esiste un partito unico della Silicon Valley. Ma il mutamento politico è troppo evidente per essere ridotto a scelte individuali. Nel 2024 Elon Musk ha speso 259 milioni di dollari per sostenere l’elezione di Donald Trump e ha collocato X al centro della mobilitazione politica. La successiva rottura personale non cancella il dato storico: il proprietario di una grande infrastruttura della conversazione pubblica è stato insieme finanziatore, attore della campagna e protagonista dell’azione di governo. Il paladino della libertà di espressione possedeva anche l’architettura che ne distribuiva la visibilità.
Per altri protagonisti delle Big Tech si è trattato meno di conversione e più di adattamento. Alla vigilia del secondo mandato di Trump, Meta ha abolito negli Stati Uniti il programma di fact checking affidato a soggetti terzi, adottando un modello ispirato alle “note della comunità” di X. Musk, Zuckerberg e Bezos ebbero posti di massimo rilievo alla cerimonia di insediamento. La fotografia valeva più di un manifesto: l’élite cresciuta nell’ordine globalista cercava protezione dentro il nuovo ordine populista-reazionario.
Peter Thiel rappresenta la forma più coerente di questa traiettoria. Già nel 2009 scriveva di non credere più compatibili libertà e democrazia. Palantir, da lui cofondata, nacque lavorando per l’intelligence americana e costruisce sistemi capaci di integrare dati, decisioni e operazioni. L’azienda rivendica garanzie contro gli abusi, ma resta la questione costituzionale: che cosa accade quando il potere conosce i cittadini con precisione crescente, mentre i cittadini comprendono sempre meno gli strumenti attraverso cui vengono osservati? La democrazia sorvegliata non è già una dittatura; è una democrazia nella quale il popolo diventa trasparente al potere e il potere opaco al popolo.
L’incontro fra oligarchia tecnologica e destra illiberale non è un incidente. Il leader populista, come quello reazionario, e il proprietario della piattaforma condividono la diffidenza verso le mediazioni, il culto della decisione rapida, l’insofferenza per controlli e procedure. Il primo promette una relazione diretta con il popolo; il secondo possiede l’architettura che la rende possibile e ne misura ogni reazione. La retorica contro le élite approda così a un’alleanza fra potere plebiscitario e concentrazione privata della conoscenza.
L’incontro fra oligarchia tecnologica e destra illiberale non è un incidente
La risposta non può essere la nostalgia di una sfera pubblica mai esistita nella sua purezza né una censura affidata allo Stato. Occorre una politica democratica della tecnologia: concorrenza, trasparenza degli algoritmi, accesso dei ricercatori ai dati, tutela della privacy, responsabilità delle piattaforme, sostegno all’informazione indipendente. Ma le regole non bastano senza ricostruire partiti, sindacati, associazioni e luoghi nei quali le persone tornino a incontrarsi prima di essere profilate.
La libertà di parola non coincide con la libertà del proprietario del feed di stabilire quali parole diventeranno visibili. La democrazia nacque quando la folla divenne pubblico attraverso istituzioni, responsabilità e tempo del confronto; si indebolisce quando il pubblico regredisce a platea e il cittadino a utente. La piazza non è scomparsa: è stata recintata. Riaprirla significa sottoporre la tecnologia alla legge. Altrimenti la massa digitale resterà il popolo ideale dell’ordine illiberale: ciascuno solo davanti allo schermo, tutti insieme soltanto quando l’algoritmo convoca la rabbia.
10- continua
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