Città d’Europa sempre più con fiumi balneabili: l’Umbria ha quasi tutto per farlo

2026/07/31

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Appare, come una delle risposte possibili, ai cambiamenti climatici, quella di rendere le città più rinfrescate dai propri fiumi. Si intende le persone che le abitano che possano utilizzarli per fare il bagno. Una tendenza che, come vedremo nel seguente articolo dossier, ha conosciuto una significativa evoluzione in Europa. Soprattutto se ci avviciniamo alle città. Ovvero i contesti in cui la situazione si fa più insidiosa. Sono infatti le aree attorno ai quali i fiumi, i corsi d’acqua, diventano più inquinati. A monte delle città invece l’acqua, come è facile dedurre, è meno soggetta a inquinamenti da scarichi e altri fattori, per cui la balneazione è naturalmente più semplice da realizzare. Ma in diversi contesti d’Europa la sfida è stata vinta. E’ per il periodo estivo, che si allunga progressivamente, i fiumi diventano con maggiore spinta, luoghi balneazione.

Per decenni il rapporto tra città europee e fiumi è stato segnato dalla distanza. I corsi d’acqua erano considerati soprattutto elementi da controllare, arginare e depurare, spesso il punto di arrivo degli effetti della crescita urbana e industriale. Oggi quella visione sta cambiando profondamente. Da Parigi a Copenaghen, da Monaco di Baviera a Zurigo, cresce una nuova idea di rapporto con l’acqua: i fiumi non sono soltanto ambienti da proteggere, ma possono tornare a essere luoghi vissuti, spazi pubblici, aree di raffrescamento naturale e strumenti di adattamento al cambiamento climatico.

La questione interroga una regione come l’Umbria, che non ha il mare ma possiede una delle reti idriche più ricche dell’Italia centrale. Una regione attraversata dal Tevere e dal Nera, con una fitta rete di torrenti appenninici, sorgenti e corsi d’acqua che hanno costruito nel tempo paesaggio, economia e identità.

Il paradosso umbro è però evidente: l’Umbria controlla da anni la salute dei suoi fiumi, raccoglie una quantità enorme di dati sulla qualità delle acque, ma non li misura, nella maggior parte dei casi, con il parametro specifico necessario per stabilire se un tratto sia balneabile. Il problema, quindi, potrebbe non essere soltanto la qualità dell’acqua, ma il fatto che la domanda sanitaria sulla balneazione non sia mai stata posta in modo sistematico.

La rivoluzione europea nasce da un lungo percorso iniziato negli anni Settanta, quando l’Unione europea ha iniziato a costruire regole comuni sulla qualità delle acque. La svolta arriva con la direttiva sulle acque reflue urbane e soprattutto con la direttiva quadro sulle acque del 2000, che introduce un principio nuovo: non basta più eliminare l’inquinamento evidente, bisogna riportare gli ecosistemi acquatici a un buono stato ecologico.

Parallelamente cresce il ruolo della normativa sulle acque di balneazione, che stabilisce criteri sanitari precisi basati soprattutto sulla presenza di due indicatori microbiologici: Escherichia coli ed Enterococchi intestinali. Sono questi i parametri utilizzati per valutare il rischio sanitario legato al contatto diretto con l’acqua.

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, oggi circa l’85 per cento delle acque di balneazione europee raggiunge la classificazione “eccellente”, mentre circa il 96 per cento rispetta almeno gli standard minimi previsti dalla normativa comunitaria. Un risultato molto diverso rispetto alla situazione di molti fiumi europei degli anni Settanta e Ottanta, quando numerosi corsi d’acqua urbani erano fortemente compromessi dagli scarichi industriali e civili.

Il caso simbolo è quello della Senna a Parigi. Per oltre un secolo il bagno nel fiume è stato vietato. La Senna era considerata incompatibile con un uso ricreativo a causa della pressione urbana e dei problemi microbiologici. Per preparare il ritorno della balneazione, anche in vista delle Olimpiadi, Parigi ha avviato un programma di risanamento superiore al miliardo di euro, intervenendo sulla gestione delle acque reflue, sui sistemi di accumulo, sulla riduzione degli scarichi durante le piogge intense e sui sistemi di monitoraggio.

L’obiettivo non era soltanto permettere lo svolgimento delle gare olimpiche, ma cambiare il rapporto tra la città e il suo fiume. Nel nuovo modello parigino il corso d’acqua torna a essere uno spazio urbano da vivere.

Altri esempi europei seguono la stessa strada. A Copenaghen il porto cittadino, un tempo compromesso dagli scarichi, è stato trasformato in un sistema di piscine urbane all’aperto grazie alla separazione delle reti fognarie, ai controlli continui e alla gestione delle acque meteoriche. A Monaco di Baviera il recupero dell’Isar ha puntato sulla rinaturalizzazione del fiume, restituendo spazio alle dinamiche naturali e creando nuove aree per il tempo libero. A Zurigo e Vienna il rapporto quotidiano con i corsi d’acqua è ormai parte dell’identità urbana. La caratteristica comune di queste esperienze è una: prima si recupera la qualità dell’acqua, poi si costruisce la possibilità di viverla.

La balneazione fluviale, però, è più complessa rispetto a quella nei laghi. Un fiume è un sistema dinamico, continuamente influenzato dalle condizioni meteorologiche, dalle variazioni di portata, dagli scarichi, dall’agricoltura e dalla presenza urbana. Un lago tende ad avere una maggiore stabilità, mentre un corso d’acqua può cambiare rapidamente dopo una forte pioggia. Per questo la domanda non è soltanto se un fiume sia pulito, ma se sia possibile garantire una qualità stabile nel tempo e un controllo efficace del rischio.

In Umbria il principale sistema idrografico è quello del Tevere, il terzo fiume italiano per lunghezza, che attraversa Città di Castello, Umbertide, Perugia, Torgiano, Marsciano e Orvieto. Al suo bacino appartengono numerosi affluenti come Chiascio, Topino, Nestore e Paglia. L’altro grande asse regionale è quello del Nera, che dalla Valnerina scende fino alla confluenza con il Tevere. Accanto ai grandi fiumi esiste poi una rete di corsi minori ma di grande valore ambientale, come Corno, Menotre, Clitunno e Sentino.

Negli ultimi vent’anni l’Umbria ha costruito un sistema avanzato di monitoraggio ambientale attraverso Arpa Umbria. I controlli riguardano decine di corpi idrici e comprendono parametri chimici, fisici e biologici. Vengono analizzati nutrienti, metalli, pesticidi, sostanze prioritarie, ossigenazione e presenza di comunità biologiche come macroinvertebrati, diatomee, macrofite e fauna ittica. In pratica viene misurata la salute complessiva dell’ecosistema fluviale.

Ma la domanda “si può fare il bagno?” richiede un’altra tipologia di verifica. Servono serie storiche dedicate sui parametri microbiologici, in particolare Escherichia coli ed Enterococchi intestinali. Questi controlli vengono normalmente effettuati nelle acque ufficialmente individuate come aree di balneazione. Ed è qui che nasce il paradosso: un fiume può avere un buono stato ecologico, una biodiversità significativa e basse concentrazioni di sostanze inquinanti, ma non essere classificabile come balneabile perché non è stato sottoposto al percorso previsto dalla normativa. Oggi in Umbria nessun grande fiume è ufficialmente classificato come acqua di balneazione. La balneazione regionale riguarda soprattutto i laghi.

Non risultano cioè disponibili serie storiche pubbliche dedicate alla classificazione della balneabilità dei corsi d’acqua umbri basate sui parametri microbiologici previsti dalla normativa europea, in particolare Escherichia coli ed Enterococchi intestinali. Vale a dire che In Umbria non esiste oggi un elenco di fiumi o tratti fluviali classificati come acque di balneazione. Le acque ufficialmente sottoposte al monitoraggio della balneazione sono quelle individuate dalla Regione ai sensi della normativa nazionale ed europea e riportate nel sistema del ministero della Salute; per i corsi d’acqua umbri non risulta una classificazione analoga. Ora però va compresa un’altra distinzione, ci sono tratti di fiumi storicamente e tradizionalmente frequentati da residenti che praticano la balneazione, come in alcune zone delle Gole del Nera e della Valnerina in generale. Altro discorso però è la balneazione autorizzata e classificata.

Il lago Trasimeno ad esempio rappresenta la principale area balneare dell’Umbria. I controlli vengono effettuati durante la stagione estiva e negli ultimi anni hanno restituito un quadro generalmente positivo nelle aree sottoposte a monitoraggio, nonostante le caratteristiche particolari di un bacino poco profondo e sensibile alle variazioni climatiche. L’altro grande lago destinato alla balneazione è Piediluco, che presenta caratteristiche differenti per profondità, collegamento con il sistema del Nera e vocazione sportiva.

Quali corsi d’acqua umbri allora potrebbero entrare, almeno potenzialmente, nella nuova geografia europea della balneazione? Il candidato più naturale sembra essere il Nera. La Valnerina presenta condizioni particolarmente favorevoli: presenza di sorgenti, acque fredde, elevata ossigenazione e territori con una pressione urbana limitata in molti tratti. Il fiume è già vissuto attraverso rafting, kayak e canyoning, attività che prevedono un contatto diretto con l’acqua. Il passaggio successivo sarebbe verificare se alcuni tratti possano diventare aree di balneazione regolamentata.

Anche il Corno potrebbe rappresentare un modello interessante, vicino alle esperienze dei piccoli fiumi alpini europei. La sua caratteristica principale è l’elevata naturalità e una minore pressione antropica rispetto ai grandi corsi d’acqua.

Il Menotre potrebbe essere un altro candidato per un progetto legato al turismo ambientale e ai piccoli borghi, mentre l’Alto Tevere rappresenterebbe una situazione intermedia tra ambiente naturale e presenza urbana.

Il caso più complesso ma più avvincente e sfidante rispetto al modello europeo, sarebbe proprio quello del Tevere. E soprattutto nei tratti che attraversano le città, come avviene ai piedi del capoluogo Perugia. Ma proprio qui arrivano gli insegnamenti europei più interessanti. La Senna dimostra che anche un grande fiume urbano può essere recuperato, ma richiede interventi strutturali: gestione degli scarichi, sistemi per contenere gli effetti delle piogge intense, miglioramento della rete fognaria e monitoraggio continuo. Come anche automatismo che fanno scattare i divieti di balneazione al presentarsi di determinate condizioni.

Per l’Umbria un progetto realistico non dovrebbe partire da grandi opere, ma dalla conoscenza. Il primo passo potrebbe essere individuare alcuni tratti pilota, avviare un monitoraggio microbiologico completo per almeno una stagione, analizzare le pressioni presenti e valutare sicurezza e accessibilità.

Solo dopo sarebbe possibile capire dove intervenire. La prospettiva non sarebbe trasformare i fiumi umbri in piscine artificiali, ma seguire il modello europeo: restituire ai cittadini un rapporto più diretto con l’acqua mantenendo il carattere naturale dei corsi d’acqua. La balneazione fluviale potrebbe diventare una opportunità per una regione che ha già nell’acqua una delle sue principali risorse: paesaggio, turismo, sport e qualità ambientale.

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