Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ieri è uscito da Downing Street con una cartellina rossa sotto il braccio. Poche ore dopo è stato alla Camera dei Comuni, dove ha letto ai parlamentari il pacchetto di sanzioni contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Sempre ieri, a Gerusalemme, è cominciata a circolare un'altra notizia che riguarda personalmente Benjamin Netanyahu: un'inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 che lo accusa di aver ignorato gli avvertimenti che avrebbe ricevuto sugli attentati. Un pasticcio per Netanyahu, che si avvicina alle elezioni del 27 ottobre con sempre più problemi sia interni che esterni.
Miliband ha annunciato il divieto di importare merci prodotte negli insediamenti e sanzioni contro le aziende che finanziano nuove case per i coloni. Francia e Canada hanno firmato lo stesso giorno, insieme ad altri dieci paesi, per un totale di dodici firmatari. Miliband ha detto ai deputati che il governo israeliano «ha chiuso un occhio, e anche peggio», davanti a quella che definisce «pulizia etnica dei palestinesi».
E si è presentato come «un fiero ebreo britannico» prima di dire che per Londra l'occupazione è illegale. Gerusalemme ha risposto in poche ore.
Le restrizioni
Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha annunciato la chiusura del consolato britannico, escludendo il Regno Unito dalla missione di coordinamento per Gaza e mettendo fine al programma con cui Londra addestrava le forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese. Dodici cittadini britannici, tra cui l'ex leader laburista Jeremy Corbyn, sono stati banditi dal paese. Per Saar quelle di Miliband sono «bugie oltraggiose».
È intervenuto anche l'ambasciatore americano Mike Huckabee, che ha avvertito che le imprese britanniche rischiano restrizioni in alcuni stati americani. «È come lanciare una pietra senza sapere dove cadrà», ha detto alla Bbc. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invece rassicurato che Washington non seguirà la stessa strada.
Dietro la decisione di Londra c'è anche un cambio di governo. Miliband è arrivato agli Esteri a luglio, quando Andy Burnham ha preso il posto di Keir Starmer, e ha già chiesto scusa per la linea tenuta dai laburisti su Gaza, parlando di «prove crescenti» di crimini di guerra. Un anno prima Starmer aveva riconosciuto lo stato di Palestina. Anche dentro la comunità ebraica britannica le posizioni si sono divise. Il rabbino capo Ephraim Mirvis ha parlato di «un giorno buio per gli ebrei britannici». L'organizzazione Yachad invece ha difeso la scelta di Londra, ricordando che la misura colpisce gli insediamenti e non lo stato di Israele.
I dati sulla Cisgiordania raccolti dalle Nazioni Unite nel 2026 mostrano le difficoltà crescenti: ci sono stati quasi 200 attacchi al mese da parte dei coloni. C'è poi il progetto di espansione E1 vicino a Gerusalemme Est, che secondo i critici renderebbe impossibile uno stato palestinese contiguo.
A Gerusalemme, mentre la crisi con Londra si ingrandisce, Haaretz ha pubblicato un'inchiesta tratta dal libro Kidnapped: 843 Days of Abandonment, scritto dai due reporter del giornale Shlomi Eldar e Ruth Yuval, secondo cui Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente dal leader emiratino Mohammed bin Zayed dieci giorni prima del 7 ottobre 2023 che Hamas stava preparando un'offensiva su larga scala, e non ne avrebbe informato i vertici della sicurezza. L'ufficio del premier respinge la ricostruzione come «una menzogna totale». Ma bastano poche ore perché Naftali Bennett e Avigdor Liberman, insieme al resto dell'opposizione, chiedano «un'indagine immediata e approfondita» sulle sue responsabilità.
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