Violenze carcere Santa Maria Capua Vetere: chiesti fino a 21 anni

2026/07/22

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Chieste pene fino a 21 anni per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il pm all’ex comandante: “Sei un criminale”

“Sei un criminale”. Sono le parole pronunciate dal pm Alessandro Milita durante la requisitoria del maxiprocesso sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, rivolte a Gaetano Manganelli, ex comandante della Polizia penitenziaria dell’istituto casertano e oggi comandante del carcere di Salerno. Un’accusa durissima, arrivata nel momento in cui il magistrato ha ricostruito davanti al Tribunale la posizione di uno degli imputati ritenuti centrali nella vicenda dei pestaggi ai danni dei detenuti avvenuti il 6 aprile 2020, in pieno lockdown per l’emergenza Covid. Per quelle violenze il giudice per le indagini preliminari avevano firmato 52 misure cautelari parlando di “orribile mattanza”.

Per Manganelli la Procura ha chiesto una condanna a 14 anni. Secondo l’accusa, l’ex comandante avrebbe avuto una responsabilità diretta e consapevole nella gestione di quanto accadde nel reparto Nilo, pur non partecipando materialmente alle violenze. La contestazione principale riguarda proprio la sua presunta scelta di rimanere lontano dai corridoi dove gli agenti picchiavano i detenuti, restando nel proprio ufficio. Una condotta che Milita ha definito “furba”, perché avrebbe consentito all’imputato di non essere presente fisicamente durante i pestaggi, ma senza impedirgli, secondo l’accusa, di conoscere ciò che stava avvenendo all’interno del carcere.

“Lei sapeva dei detenuti pestati, sapeva delle loro sofferenze”, ha affermato il pm, riferendosi in particolare ai 15 detenuti individuati come presunti responsabili della protesta scoppiata la sera precedente, dopo la notizia della positività al Covid di un recluso. Proprio nei confronti di quei detenuti Manganelli aveva successivamente avviato procedimenti disciplinari. “Come fai a fare provvedimenti disciplinari per persone pestate, per dei poveracci che sai perfettamente essere stati pestati?”, ha detto Milita rivolgendosi direttamente all’imputato presente in aula. “Io ho scritto aberrante, si può dire mostruoso. Lei lo sa, e lo moltiplichi per un miliardo”. Secondo la Procura, Manganelli sarebbe quindi responsabile, insieme ad altri vertici dell’amministrazione penitenziaria, non solo delle violenze ma anche degli episodi successivi contestati agli imputati, tra cui il presunto depistaggio delle indagini.

Il pm ha contestato inoltre all’ex comandante un cambio di versione nel corso del procedimento. Durante le prime fasi delle indagini, Manganelli avrebbe sostenuto di essere rimasto sempre nel proprio ufficio. Successivamente, durante il processo, avrebbe invece dichiarato di essersi spostato per occuparsi del trasferimento dei 15 detenuti coinvolti nella protesta.

La richiesta più alta per Colucci: “Il regista fondamentale”

La pena più alta richiesta dalla Procura riguarda però Pasquale Colucci, dirigente della Polizia penitenziaria, per il quale Milita ha chiesto 21 anni e 4 mesi. Colucci, attualmente vicecomandante della Polizia penitenziaria ad Avellino, è indicato dall’accusa come “il regista fondamentale” di quanto accaduto il 6 aprile e nei giorni successivi. “Questa sarà la pena più alta che chiederemo”, ha spiegato il pm, motivando la richiesta con il ruolo attribuito a Colucci nella gestione dell’intervento e nelle successive attività contestate dalla Procura.

Secondo l’accusa, il dirigente sarebbe responsabile di tutti i reati contestati: dalla tortura nei confronti dei quasi 300 detenuti del reparto Nilo alla morte di Hakimi Lamine, deceduto un mese dopo i pestaggi, fino al presunto depistaggio. A Colucci vengono contestate anche relazioni sui fatti giudicate dalla Procura “mostruosamente false”, che avrebbero contribuito a ostacolare la ricostruzione di quanto realmente avvenuto nel carcere.

Le violenze del 6 aprile e il caso Hakimi

Il processo riguarda i fatti del 6 aprile 2020, quando una perquisizione straordinaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere si trasformò, secondo la ricostruzione della Procura, in una violenta aggressione collettiva ai danni dei detenuti del reparto Nilo. Le immagini delle telecamere interne dell’istituto, diventate pubbliche nel 2021, mostrarono decine di agenti colpire alcuni detenuti con calci, pugni e manganelli mentre questi erano inermi o già a terra. La vicenda provocò un forte impatto sull’opinione pubblica e portò all’apertura di un procedimento che coinvolge complessivamente 105 imputati.

Tra le contestazioni più gravi c’è anche la morte di Hakimi Lamine, detenuto di origine algerina, deceduto circa un mese dopo quei fatti. Secondo la Procura, l’uomo non avrebbe ricevuto adeguate cure dopo essere stato picchiato. Nel corso della requisitoria Milita ha dedicato ampio spazio anche al ruolo di alcuni sanitari in servizio nel carcere per conto dell’Asl.

Per il medico Raffaele Stellato il pm ha chiesto 9 anni di carcere, mentre per Pasquale Iannotta la richiesta è di 7 anni. Secondo l’accusa, i due medici avrebbero avuto un ruolo fondamentale perché avrebbero potuto documentare le lesioni riportate dai detenuti e garantire loro cure adeguate. “Erano un baluardo fondamentale per le vittime”, ha spiegato Milita. Secondo il magistrato, invece, sarebbero stati prodotti certificati incompleti o non corrispondenti alla reale gravità delle condizioni dei detenuti. Particolare attenzione è stata riservata al caso di Hakimi. “Era a terra in un vano, senza essere curato”, ha sostenuto il pm, accusando Stellato di avere riportato negli atti ciò che sarebbe stato richiesto dagli agenti, senza indicare correttamente lesioni, diagnosi o terapie. Per altri quattro agenti accusati di avere prodotto certificazioni false sulle proprie lesioni, la Procura ha chiesto pene comprese tra i 4 e i 5 anni di carcere.

Le funzionarie: chieste pene fino a 12 anni

Richieste pesanti anche per tre funzionarie della Polizia penitenziaria. Per Annarita Costanzo, commissario capo del reparto Nilo, il pm ha chiesto 12 anni di reclusione. Milita ha parlato di “responsabilità impressionanti“, contestandole di non avere fermato i pestaggi durante la perquisizione straordinaria e di avere successivamente ostacolato gli accertamenti. Secondo la Procura, la funzionaria avrebbe anche inviato un messaggio nel quale riferiva che “le telecamere sono spente”, circostanza risultata poi non corretta e collegata dagli investigatori al successivo tentativo di manomissione degli impianti di videosorveglianza.

Per Nunzia Di Donato sono stati chiesti 11 anni, mentre per Tiziana Perillo, all’epoca funzionaria del carcere di Avellino, 10 anni. Secondo Milita, entrambe erano presenti durante le violenze, in particolare nella zona dell’infermeria, descritta da un imputato come “un campo di battaglia”. Anche in questo caso, l’accusa sostiene che non avrebbero fatto nulla per fermare le aggressioni o garantire assistenza adeguata ai detenuti feriti. A Di Donato viene contestata anche la rivelazione di segreto d’ufficio per avere, secondo la Procura, informato il carcere dell’arrivo dei carabinieri nei giorni successivi ai pestaggi, favorendo il tentativo di alterare le immagini delle telecamere interne.

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