È morto Franco Baresi, un calciatore di quelli che non ne nascono più. Anche prima, a dirla tutta, così forti, così carismatici, così totali e veramente umani se ne sono visti tanti. “Di calciatori come Franco ne nasce uno ogni secolo”, come disse un certo Diego Armando Maradona. Qualche anno prima, alla fine di una delle tante battaglie, intercettato da Galeazzi nello spogliatoio, Diego spiegò perché aveva scambiato la maglietta con Franco: “Come difensore per me è il massimo”. E diciamo che di difensori forti ne aveva visti, visto che il più forte dei suoi avversari marcava sempre lui, fin da quando era bambino.
I più forti di tutti i tempi
Maradona, Platini, Zico, Socrates, Falcao, Paolo Rossi, poi Baggio, Careca, Vialli, Mattheus, Rumenigge, dei giovanissimi Totti, Del Piero e Inzaghi, e chissà quanti avversari stiamo dimenticando, tra i grandissimi del campionato italiano, quando è stato il più bello e ricco del mondo. Senza parlare degli anni straordinari del grande Milan di Silvio Berlusconi, quando Baresi si trovava davanti i più forti giocatori delle più forti squadre d’Europa e del mondo, nel decennio in cui guidò la più forte linea difensiva di tutti i tempi. Gli avversari, e i compagni: Mauro Tassotti, Filippo Galli, Alessandro Costacurta e Paolo Maldini, un altro extraterrestre, in un incrocio del destino così fortunato da mettere nella stessa squadra e nello stesso reparto due difensori che sono senza dubbio tra i primi dieci di tutti i tempi.
Un essere umano fragile
Adesso che è morto, di Franco Baresi tutti ricorderanno gli anni dell’Olimpo, e anche noi siamo partiti da lì. Quando la grandezza dei trionfi vissuti da protagonista è così grande è semplicemente normale e doveroso. Eppure, Franco Baresi è stato anche un essere umano visibilmente fragile, ultimo tra i figli di un calcio che non era per superstar, e - perfino - un calciatore perdente, e fedele alla sua storia anche quando non è stata comoda. Il provino per diventare calciatore lo fa dall’altro lato di Milano, assieme al fratello Beppe. L’inter sceglie solo il fratello, e scarta lui, che trova posto al Milan: sliding doors che lasciano un segno indelebile.
L'inizio
Arriva in un Milan di fine ciclo, con alle spalle, a stingere, le fotografie delle Coppe dei Campioni alzate al cielo da Cesare Maldini, il finale del mito di Gianni Rivera. Zero a zero anche ieri sto Milan qui, cantava Enzo Jannacci nel 1975. Un anno dopo il provino che porta Franco a Milanello. Debutta da professionista giovanissimo, vince l’ultimo scudetto di Rivera lanciato titolare da Liedholm, e poi inizia la lunga traversata nel deserto del suo Milan. Il crollo, la serie B per il calcioscommesse apparecchiato da alcuni suoi compagni di squadra, il ritorno in A e una retrocessione meritata sul campo, mentre lui sta in infermeria alcuni mesi. Va al mondiale e fa la riserva a Gaetano Scirea, altro calciatore gigantesco. Torna in A, resta fedele al Milan dopo che a corteggiarlo era la Juve dell’avvocato Agnelli, la vera aristocrazia del calcio italiano di allora.
Il mancato Pallone d'oro
Poi arriva Silvio Berlusconi, e quella storia la sappiamo tutti, la sa tutto il mondo. In un paio d’anni, il Milan passa da celebrare qualche derby vinto come massima soddisfazione della stagione, a vincere tutto. Franco Baresi ha 28 anni quando, 9 anni dopo la prima volta, conquista da capitano e bandiera lo scudetto col Milan. È il primo di una lunga serie di trionfi: tre coppe dei Campioni, due coppe intercontinentali, un’altra manciata di scudetti, record di imbattibilità difensiva sbriciolati di anni in anno. Dopo Liedholm arriva Sacchi, poi l’ex compagno Capello. Nessuno ha dubbi, in mezzo al Milan c’è Franco Baresi, sia che si debba far quel che si può con qualche ragazzo italiano di buona volontà, sia che attorno ci siano Maldini, Van Basten, Gullit, Donadoni, Rijkaard, Ancelotti, Weah, e non ce ne vogliano tutti i fenomeni che non citiamo: erano troppi. Sarà stata tutta quest’abbondanza attorno che, in un mondo che iniziava a essere sensibile alla pajettes del racconto attorno, sta di fatto che Franco Baresi non vince mai il Pallone d’Oro. Uno scandalo, condiviso con il più grande allievo che poteva sognare di avere, Paolo Maldini. Come Paolo, non vince mai da protagonista un mondiale di calcio. Capita, anche ai più grandi.
La non carriera da dirigente
Il dopo-calcio, per Baresi, non inizia mai. Una carriera da bandiera che non riesce mai a diventare dirigente. L’anima schiva del piscinin che non si adatta a un mondo nel quale Silvio Berlusconi e Adriano Galliani lo vorrebbero protagonista: ma non è per lui. Troppi fantasmi, troppe ombre, troppa nostalgia, più di una fatica e sfortuna, nella vita privata. Lo vedevi, in tribuna Vip, tutte le domeniche, a guardare il suo Milan. Senza paura di un’altra traversata nel deserto solitaria, poi un’altra e un’altra ancora: per il suo Milan, il piccolo uomo delle grandi pianere averebbe fatto questo, e anche altro. È forse vedendo questo ancolo che un grande registra innamorato dello sport, Werner Herzog, disse: “Vorrei capire il cuore dell’uomo così come Baresi capiva il gioco”. In un mondo inimmaginabile, da oggi, lui e Diego, si guardano indietro, poi guardano avanti. Baresi alza il braccio. “Hai ragione, Franco, era fuorigioco”.
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