Chi sei stato? La domanda che salva la memoria degli anziani

2026/09/24

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I ricordi, a volte, prendono la forma di oggetti, altre volte prendono la forma di storie. Nel romanzo La Guardiana (Garzanti) di Caterina Battilocchio, ospite del nostro vodcast Il Piacere della Lettura, il lutto per la perdita della nonna diventa dolore e ricerca contemporaneamente. E non è raro scoprire che le persone che si amano profondamente sono quelle che non ci appartengono mai del tutto.

Mora, trentatreenne, è una donna in “bilico”, come dice Battilocchio, da tutti i punti di vista: sul piano affettivo, lavorativo e abitativo. È la classica Millennial che non trova più le strade prestabilite che avevano indicato le generazioni precedenti. Lo studio, il lavoro, la casa e la famiglia si devono reinventare rispetto alle aspettative. Mora ha perso il lavoro, vive ancora con i genitori e sente nel profondo di essere rimasta indietro mentre i suoi coetanei sembrano avanzare senza problemi eccessivi. La sua bussola è nonna Tita, una meravigliosa novantatreenne capace di organizzare tutta la sua vita e anche la sua morte, ossia il proprio funerale: una donna al contempo concreta e visionaria, custode di rituali, superstizioni e con una spiritualità tutta personale.

Una frase pronunciata durante il funerale di Tita apre una crepa. È in quel momento che Mora capisce di non conoscere davvero la sua “bussola”, la donna che pensava di conoscere più di chiunque altro. Torna a Rocca, il paese delle estati dell’infanzia, e accetta di lavorare in una casa di riposo. Qui si trova il cuore del romanzo. Mora, invece di raccogliere freddi dati sugli anziani, porta con sé un quaderno e una richiesta “Raccontami chi sei stato”. Riemergono tante vite che erano rimaste nascoste nei respiri degli anziani. Nel frattempo la storia di Tita ritorna indietro, fino all’infanzia e al dopoguerra, e il passato familiare prende forma intorno a un segreto.

La copertina del libro di Caterina Battilocchio

La Guardiana è quindi anche un romanzo sulla memoria come atto di resistenza. Battilocchio nell’intervista spiega che chiedere a un anziano “chi sei stato?” significa restituirgli individualità in un luogo dove in genere le persone vengono gestite collettivamente. La memoria, quindi, non è solo passato, ma ridisegna il presente e fa scorgere un futuro. In una società profondamente ageista, in cui la vecchiaia è messa ai margini, ricordare è un gesto quasi politico.

E così anche la malattia e la morte, nel romanzo, non sono edulcorate. La depressione della madre di Tita, definita un tempo “malattia della tristezza”, racconta quanto le parole rendano reale qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto nell’oblio. E la morte può anche diventare un modo per tornare alla vita, attraverso fotografie, ricordi e racconti.

Ovviamente, tutto questo, è impregnato di amore: quello tra Tita e Eugenio, capaci ancora di prendersi per mano, e soprattutto quello tra nonna e nipote. L’amore, per l’autrice, è protezione, cura e trasmissione del sé, ma anche enigma, perché amare non significa possesso, nemmeno possesso di una storia.

Ciò che si eredita, quindi, non è soltanto la vita di un’altra persona, ma anche le domande che si pone. E arriva un momento in cui le persone più importanti, quelle che ci hanno fatto da bussola, come Tita per Mora, non possono più indicarci la strada, ma restano le parole, i gesti e le storie che teniamo con noi.

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