BOLZANO. A Bolzano si è parlato di una fatica che spesso resta invisibile, quella di chi si prende cura di un'altra persona, giorno dopo giorno, senza che nessuno gliene chieda il conto e, a volte, senza nemmeno il tempo di fermarsi a chiedersi come si sta.
Il convegno "Caring for Care. Strategie di rete per la prevenzione del suicidio nei caregiver", promosso dalla Rete altoatesina per la prevenzione del suicidio in occasione della Giornata mondiale dedicata al tema, il 10 settembre, ha acceso i riflettori su una categoria di persone che tutti conosciamo, spesso senza saperlo: chi assiste un figlio, un genitore, un coniuge, un fratello fragile, malato, non più autosufficiente.
Un lavoro fatto di gesti quotidiani e infinito silenzio, che in Italia riguarda oltre 12 milioni di persone secondo le più recenti rilevazioni Istat, di cui 4,4 milioni convivono ogni giorno, sotto lo stesso tetto, con la persona di cui si prendono cura.
Sono soprattutto donne, tra i 45 e i 64 anni, che nel 60 per cento dei casi hanno dovuto ridurre o abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi interamente all'assistenza. Perché quello del caregiver è impegno a tempo pieno, che non permette pause, week- end ferie. E che occupa mente e corpo a 360 gradi.
Ma i caregiver non sono solo adulti: in Italia sono circa 169mila i ragazzi tra i 15 e i 16 anni che dividono il proprio tempo tra la scuola e la cura di un familiare, crescendo troppo in fretta e rischiando, spesso, l'isolamento dai coetanei e una solitudine precoce che assomiglia molto a quella de "grandi".
Un esercito silenzioso di persone che reggono, ogni giorno, il peso di un sistema di welfare che si appoggia ancora, in larga parte, sulle spalle delle famiglie.
All'iniziativa bolzanina, che si è svolta alla presenza dell'assessore provinciale alla salute Hubert Messner, si è parlato di quanto prendersi cura di una persona fragile possa diventare gravoso, soprattutto quando tutta la responsabilità finisce per ricadere su una sola persona, spesso lasciata sola a reggerne il peso.
Senza filtri, senza censure, senza tentativi di indorare la pillola. Guardando in faccia la realtà di una vita difficile. Per alcuni impossibile.
"In queste situazioni possono emergere anche pensieri suicidari, spesso taciuti", ha spiegato chiaramente Renate Rottensteiner, responsabile del Servizio Hospice della Caritas e moderatrice dell'evento, aprendo così il cuore del tema: quello di una sofferenza che raramente trova le parole, o il coraggio, per farsi ascoltare.
A dare la misura del fenomeno anche sul territorio altoatesino è stata la ricercatrice Barbara Plagg dell'Istituto per la Medicina Generale e la Salute Pubblica di Bolzano, che ha presentato gli studi più recenti su lavoro di cura, salute mentale e rischio suicidario in Alto Adige.
"Il disagio psicologico viene spesso sottovalutato proprio nelle persone che, all'esterno, continuano a funzionare normalmente - ha detto Plagg -. Per molti familiari, il peso emotivo non termina semplicemente con la fine dell'assistenza, e continua a essere presente nei ricordi".
Secondo i dati riportati dalla ricercatrice, circa l'8 per cento della popolazione altoatesina ha avuto pensieri suicidari nell'ultimo anno, una percentuale che tra i giovani dai 18 ai 24 anni sale a quasi il 14 per cento. "Fare prevenzione del suicidio significa anche riconoscere prima le situazioni di sofferenza e rendere l'aiuto più facilmente accessibile”, ha aggiunto.
Del resto, chi si prende cura di un'altra persona non è, come ha ricordato con parole toccanti Vanda Agostini dell'Associazione AMA Bolzano, "un salvatore invincibile, ma un essere umano che attraversa la tempesta insieme a chi soffre".
Agostini ha raccontato quanto sia radicata, in molti caregiver, l'idea di dover farcela da soli, senza mai chiedere aiuto a nessuno: "Siamo stati educati a essere forti, a gestire le cose senza aiuti esterni e spesso siamo convinti che assistere un membro della nostra famiglia sia una nostra esclusiva responsabilità. Dalla mia esperienza dico che non è vero. Nessuno deve percorrere questa strada da solo".
Insieme a Federica Dalla Pria della Federazione per il Sociale e la Sanità, ha raccontato come i gruppi di auto mutuo aiuto possano, in questo senso, diventare uno spazio prezioso di condivisione e sollievo per i caregiver familiari, un luogo dove la fatica smette, almeno per un momento, di essere solo propria e diventa qualcosa che si può finalmente condividere con qualcun altro.
Il convegno ha offerto anche uno sguardo su alcune buone pratiche già attive sul territorio. Sara Paternoster e Sabrina Herzog dell'Azienda Sanitaria Universitaria Integrata del Trentino hanno presentato i progetti di social prescribing avviati nella provincia vicina, un approccio che punta a rispondere ai bisogni non sanitari che incidono comunque sulla salute e sulla qualità della vita delle persone.
"In questo campo è centrale la figura chiave del link worker, che incontra, ascolta e raccoglie i bisogni e le aspirazioni della persona e insieme identifica le risorse presenti sul territorio, per facilitarne l'accesso", ha spiegato Paternoster, portando l'esempio del progetto sviluppato sull'Altopiano della Vigolana insieme all'associazione Pronti Qua e al comune, dedicato specificamente ai caregiver di pazienti oncologici.
Un contributo è arrivato anche dalla Residenza per anziani Melitta Care di Bolzano, dove il direttore Alberto Gittardi, insieme ad Alessia Toso e Nicol Vanzo, ha raccontato l'esperienza della struttura nel promuovere il benessere dei caregiver professionali che vi lavorano ogni giorno: "Prendersi cura delle emozioni di chi cura non significa eliminare la fatica di questo lavoro. Significa fare in modo che quella fatica possa essere riconosciuta, nominata, condivisa ed affrontata, prima che diventi solitudine".
A chiudere gli interventi è stato Guido Osthoff, a nome della Rete altoatesina di prevenzione del suicidio, con parole che restituiscono bene il senso dell'intera giornata: "La prevenzione del suicidio richiede un impegno collettivo. Rafforzare le relazioni, le reti territoriali e di prossimità, le buone pratiche di contrasto alla solitudine e la collaborazione tra servizi e comunità significa infatti proteggere non solo chi presta assistenza, ma anche il benessere complessivo della società".
Un messaggio semplice, ma che forse vale la pena ripetere più spesso di quanto non si faccia: chi si prende cura degli altri, a sua volta, avrebbe bisogno di essere curato.
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