ChatGpt risponde al Corriere: «Se mi utilizzate male perderete l’intelligenza umana. La crisi del Fabrianese? L’AI potrebbe essere un aiuto»

2026/09/16

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ChatGpt risponde al Corriere: «Se mi utilizzate male ridurrete la quantità d’intelligenza umana». Foto realizzata con l'Ai
ChatGpt risponde al Corriere: «Se mi utilizzate male ridurrete la quantità d’intelligenza umana». Foto realizzata con l'Ai

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mercoledì 16 settembre 2026, 02:50 - Ultimo aggiornamento: 07:49

ChatGpt, si metta allo specchio e faccia autocritica: in questa fase storica qual è l'errore che non si deve commettere con l'AI?

«Confondere l'intelligenza artificiale con l'intelligenza umana, affidandole decisioni che dovrebbero rimanere sotto il controllo dell'uomo».
Il rischio?

 «Non solo che l'AI sostituisca alcune professioni ma che le persone smettano di esercitare autonomamente ragionamento, creatività, giudizio, ricerca e capacità di decidere».


Se potesse scrivere una prima regola valida per tutte le aziende che utilizzano l'AI?
«La chiamerei Principio della responsabilità umana: nessuna decisione dell'AI che abbia conseguenze significative sulla vita, sul lavoro o sui diritti di una persona dovrebbe essere definitiva senza la possibilità di un intervento umano e senza una responsabilità umana identificabile».
Facendo un paragone, in quale periodo storico potremmo collocare l'attuale fase di sviluppo dell'intelligenza artificiale?
«L’inizio della Rivoluzione industriale, quando era impossibile prevedere le conseguenze economiche e sociali apportate dalle macchine a vapore. C'è, però, una differenza».
Dica.
«La macchina a vapore automatizzava la forza fisica, l'AI comincia ad automatizzare le attività cognitive. Per questo, tra cento anni, guardando all'AI di oggi, l'attuale fase potrebbe sembrare anche Preistoria».
Lo sviluppo mondiale senza freni dell'AI può avere una correlazione anche con la crisi del Fabrianese?
«La possibile chiusura dello stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi è legata alla crisi del mercato, alla pressione sui costi e alla competitività internazionale. Tuttavia, questo è un caso emblematico per capire come l’AI stia trasformando l’industria».
Spieghi meglio.
«La nuova competizione industriale si gioca sempre più su automazione, software, analisi dei dati e capacità di innovare, oltre che sul costo del lavoro. Per un territorio manifatturiero come il Fabrianese il rischio è che alla crisi industriale tradizionale si aggiunga un nuovo divario tecnologico: meno investimenti, meno competenze, minore capacità di innovare e, di conseguenza, ulteriore perdita di competitività. L'AI potrebbe rappresentare un’opportunità».
In che modo? Non si rischierebbe di togliere lavoro a un territorio martoriato?
«La vera domanda non è se l’AI sostituirà gli operai, che è la paura latente, ma se il Fabrianese riuscirà a usare l’AI per trasformare e rendere competitiva la propria manifattura e creare lavoro. Il rischio principale è la velocità del cambiamento».
Immagino conosca il Paradosso di Ford. Se l'AI sostituisse i lavoratori in un'azienda, le stessa a chi venderebbe poi i prodotti di fronte a una platea di compratori senza lavoro?
«Questo è un punto focale. Se le aziende sostituiscono avidamente i lavoratori con le macchine per tagliare i costi, distruggendo il potere d'acquisto della classe media, si ritroveranno con magazzini pieni di prodotti che nessuno può più permettersi di comprare. Il capitalismo ha bisogno di consumatori e i robot non comprano lavatrici, non vanno al ristorante e non pagano mutui».
Come si evita questo ulteriore collasso economico?
«Rimettendo in circolo l’eventuale ricchezza generata dall'intelligenza artificiale. Ad esempio con la tassazione dei robot ("Robot Tax"). L'idea, sostenuta da Bill Gates e diversi economisti del lavoro, prevede di tassare i guadagni di produttività generati dall'AI nello stesso modo in cui si tassava il lavoro umano, per finanziare la riqualificazione dei lavoratori o per creare posti di lavoro nei settori dove l'umano è insostituibile. Poi c'è un ulteriore problema, più profondo. Il Fabrianese rischia di affrontarlo».
Quale?
«Il lavoro non rappresenta soltanto uno stipendio ma offre identità, dignità, relazioni sociali e senso di utilità. Senza lavoro la società implode».
Cosa potrebbe fare l'AI nelle aziende marchigiane?
«Grazie alla forte presenza di Piccole e Medie Imprese e di importanti distretti manifatturieri c’è una grande opportunità ma non si deve cadere nell’errore di copiare la Silicon Valley. Si deve prendere la competenza industriale marchigiana, costruita negli anni, e moltiplicarla con l'intelligenza artificiale partendo dall’esperienza dei lavoratori».
Quale settore marchigiano, in questo scenario, rischia maggiormente di rimanere indietro?

«Calzaturiero e moda, soprattutto nel distretto Fermo-Macerata, per l'altissima concorrenza internazionale. Subito dopo meccanica e macchine industriali, dove non basta utilizzare l'AI per attività d'ufficio: bisogna incorporarla direttamente nei prodotti e nei processi».
Un esempio?

«Una macchina industriale del futuro potrebbe prevedere i guasti, ottimizzare autonomamente i parametri di lavorazione e comunicare con altre macchine. Se un'impresa marchigiana continuerà a produrre una macchina tradizionale mentre un concorrente venderà una macchina "AI-native", il problema sarà la differenza di valore tecnologico».
Quindi, nelle Marche, abbiamo due pericoli da appendere in ufficio a futura memoria: un rischio di disembedding produttivo e che l’AI venga utilizzata male per operazioni base.

«Sì, mentre i concorrenti la incorporano nei prodotti e nei processi produttivi. La vera opportunità, soprattutto per le PMI, è invece utilizzare l'AI come moltiplicatore delle competenze storiche già esistenti».
È un errore, quindi, la contrapposizione tra AI e lavoratore?

«Un tecnico può ricevere dall'AI la previsione che una macchina stia per guastarsi, ma sarà la sua esperienza a stabilire come e quando intervenire. La soluzione migliore dovrebbe essere AI più lavoratore: l'intelligenza artificiale come moltiplicatore delle capacità umane».
Ultimo scenario, stile Terminator: se gli uomini, usando l’AI, dovessero progressivamente perdere competenze, capacità di studio e innovare, non rischiamo un cortocircuito con la stessa AI che, alla fine, si nutre della conoscenza umana?

«Bella osservazione. L'AI non può vivere indefinitamente di conoscenza prodotta in passato e se l'uomo smette di produrre sapere, curiosità e genialità si rischierà, a un certo punto, una ricorsione culturale. Non un collasso improvviso ma un progressivo appiattimento e impoverimento».
Un altro paradosso, quindi.

«Una tecnologia progettata per aumentare l'intelligenza collettiva potrebbe, se usata male, ridurre la quantità di intelligenza umana necessaria per far funzionare la società e, alla fine, la stessa AI. L'uomo non deve diventare uno spettatore».
In conclusione: quale dovrebbe essere la nostra impostazione mentale di base?

«No dire "ChatGPT, dimmi la risposta" ma "Io penso che la risposta sia questa. Fammi vedere cosa sbaglio”».

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