Ceuta, i migranti tra tragedia e ricatto: perché ci stiamo allontanando dalla soluzione

2026/08/03

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Siamo così presi dagli affanni della cronaca e dalla estemporaneità alle polemiche politiche, che quando si parla di migranti perdiamo di vista la complessità del problema. Che, per inciso, ci ha preceduto nei secoli, anzi nei millenni, e sopravviverà alle nostre modeste ricette: si tratti di sanatorie allegre o di tristi muri. E così un fenomeno connaturato con le macroscopiche vicende dell’umanità, diventa materia permanente di propaganda spicciola, conflitti governativi, campagne elettorali.

Vedremo cosa uscirà dal vertice europeo convocato in tutta urgenza dopo l’assalto all’exclave spagnola di Ceuta e alla sospensione di Shenghen da parte dell’Italia, ma temiamo che l’approccio basato sugli schieramenti ideologici, sugli opposti populismi, al massimo tamponerà l’emergenza, sino alla prossima invasione. D’altra parte, lo spettacolo che sta offrendo l’Europa può strappare applausi solo ai suoi conclamati detrattori: da una parte l’America trumpiana, dall’altra la Russia putiniana. E questo dovrebbe farci riflettere.

La dinamica

Partiamo da un presupposto. Le migrazioni irregolari sono lo specchio di un’asimmetria: tra Paesi in pace e Paesi in guerra, tra Paesi democratici e Paesi che negano le libertà fondamentali, soprattutto tra Paesi in grado di ridistribuire ragionevolmente la ricchezza prodotta e Paesi condannati alla povertà. Tra le tante sfide che siamo chiamati ad affrontare, quella alla disperazione è la più radicale. E forse quella maggiormente rimossa, data la complessità dell’impresa. In un mondo ideale, che non è il nostro, la riduzione dei grandi divari risolverebbe la piaga delle migrazioni incontrollate.

Il piano Mattei è un embrione di questo approccio, ma è impensabile che una sola nazione possa portarlo a termine. Servirebbe un afflato mondiale, un programma visionario, per trasformare le riserve dei trafficanti di essere umani in economie in grado di crescere e auto sostenersi, in società un minimo avanzate in cui le risorse primarie non siano appannaggio dei soliti predatori. Un disegno degno di essere perseguito, quanto utopistico nell’attuale congiuntura internazionale.

I migranti non sono solo la rappresentazione ciclica di una tragedia umana, come le vite lasciate sul fondo del Mediterraneo, al largo di Lampedusa o di una propaggine spagnola in territorio marocchino. Sono anche lo strumento indecente delle cosiddette guerre ibride, la cambiale di mafie e autocrati. I conflitti moderni, oltre alle rovine, lasciano la sensazione che qualcosa di terribile possa compromettere il nostro benessere. Minano la sicurezza che abbiamo faticosamente costruito. Colpiscono il nostro dna di società aperte.

L'errore

E così la pressione sulle frontiere, e chi ne governa la logica, i tempi, i canali, tutto questo ci sta dividendo. E dividendoci, ci indebolisce. L’errore che facciamo è immaginare soluzioni estreme: da una parte la massima apertura in assenza di un progetto di integrazione e di un’idea di sostenibilità; dall’altra la massima chiusura nell’illusione che uno scoglio, per quanto presidiato, possa arginare il mare. Le anime belle contro gli integralisti della remigrazione. Laddove, all’opposto, il sentimento di umanità che ci impone di non voltarci dall’altra parte davanti ai sommersi, e il realismo che ci suggerisce di discernere tra i salvati, tra chi ha diritto e chi no, giustificherebbe una vera politica dell’emergenza, questa sì condivisa. Per evitare di finire noi, alla deriva: o disumani, o ricattati.

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