Caterina Spinelli, la sorella del rapinatore: “Meritava il carcere, non di finire sottoterra”

2026/07/16

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«Andrea meritava di essere arrestato e di finire in carcere a scontare la sua condanna, come Giuseppe Mazzarino. A partire da mia madre, tutti noi familiari siamo i primi ad essere molto arrabbiati, soprattutto per il dolore che ci ha lasciato. Però si meritava una decisione della giustizia, non di essere ammazzato in quel modo».

Caterina è la sorella di Andrea Spinelli, uno dei due barapinatori uccisi da Mario Roggero. Suo fratello aveva 44 anni. Oltre a partecipare alla rapina, si era occupato di reperire la Ford Fiesta, tre porte, presa in prestito da una conoscente, titolare di una pizzeria cuneese. Alla donna aveva detto: «Mi serve per fare una commissione, te la riporto domani».

Chi era Andrea?

«Non era un mostro. Andrea era il perno della nostra famiglia: lui c’era in ogni situazione, era il cocco di nostra mamma, lei lo difendeva sempre. Con lui avevo un rapporto profondo: eravamo sole e luna. Era capace di sorridere nei momenti bui: mi manca tantissimo. Ho una malattia genetica e tutte le volte che finivo il trattamento mi chiamava. Mi trattava come una principessa».

Suo fratello è stato definito un bandito: quali sono le vostre radici?

«Nessuno di noi ha mai avuto a che fare con la criminalità. Siamo una famiglia perbene di onesti lavoratori. Una famiglia amorevole, quasi da Mulino Bianco, anche se non benestante. Da piccolo scappava spesso in chiesa a fare il chierichetto. Poi aveva fatto il caddy sui campi da golf ed aveva iniziato persino a giocare. Proposero a mia madre di iscriverlo nei tornei perché era piuttosto bravo. Purtroppo non seguì quel talento. Era troppo giovane».

Perché si ritrovato a fare il rapinatore?

«Colpa di cattive amicizie, di situazioni sbagliate, ma non era mai arrivato fino a quel punto. Era la prima volta che faceva una rapina. Sì, aveva avuto altri guai in passato e lo avevamo sempre perdonato, malgrado i suoi errori. Mia madre ne ha sofferto molto. Quella rapina nessuno di noi se la spiega. E questa cosa fa tanta rabbia, mi creda. Una cosa imperdonabile».

Si ricorda la prima volta che è stato arrestato?

«Aveva 22 anni, io ero ancora minorenne. Tornando dall’ospedale per il mio solito trattamento, me lo sono trovato sotto casa ammanettato dentro l’auto dei carabinieri. Altri militari stavo perquisendo l’abitazione. Credo fosse coinvolto in una storia di truffa, di assegni a vuoto. Mia madre era in lacrime: spaventata e arrabbiata. Ricordo che lui mi ha guardato per un istante e poi ha abbassato gli occhi, per vergogna, sentiva forse di avermi deluso».

La prima volta in carcere?

«Sì, e mia mamma non è andata a trovarlo. Lui ci spediva delle lettere per chiederci scusa. Le conservo ancora».

Quando l’ha sentito l’ultima volta?

«Due settimane prima della rapina avevamo litigato p perché non ero corsa da lui a consolarlo dopo un litigio con la sua compagna. Mi aveva chiuso il telefono in faccia. Questa cosa mi fa male».

Guai con la droga?

«Mai».

Quando sente parlare di Andrea che cosa la ferisce?

«Sentirlo definire un cattivo. Mi dispiace per quello che è successo, ma lui non era così. Voleva bene a sua figlia, ai nipoti. Andava matto per i bambini. Uscito dal carcere si è rimesso in carreggiata ma non si è liberato delle amicizie sbagliate. Sempre in bilico: giardiniere, operaio edile. Sempre lavori precari: una volta quando i datori scoprirono che aveva dei precedenti non gli rinnovarono il contratto. Si è sempre ritrovato a dover arrancare. Sbagli una volta e sbagli sempre. Ma non perdeva il sorriso. Rinunciava a tutto per donare qualcosa agli altri».

Conosceva i complici di suo fratello?

«Mai incontrati prima. Abbiamo conosciuto le loro famiglie al processo ma non abbiamo nessun rapporto. Solo rispetto umano per quello che è successo».

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