Casting director, il lavoro nella moda fatto di comprensione, ascolto e fiducia, anche per gli imprevisti che cambiano il risultato finale

2026/07/13

Categories: lifestyle

Casting Director, l'esperienza diretta dell'italiana Emma Farachi per capire in cosa consiste, cosa serve e come si muovono i primi passi per fare questo mestiere della moda

Se state pensando di lavorare nella moda dovreste conoscere il lavoro del casting director, cioè della persona che sceglie quali e quanti sono i volti e i corpi che sfilano in passerella per un brand. Non è una scelta semplice, non basta avere dei modelli bellissimi e dei vestiti altrettanto allettanti, ci spiega dalla sua esperienza diretta Emma Farachi, casting director italiana che si muove tra Milano, Parigi e anche New York City. Anzi, questo mestiere della moda è il più attivo sul lato umano e il più empatico e aperto alla comprensione e allo scambio nel dietro le quinte della sfilata. Con la calma piatta della fine della Settimana della Moda uomo e dell'Haute Couture parigina, mentre tutto apparentemente dorme fino a quando arriveranno le prime influenze e i suggerimenti per la prossima stagione primavera/estate dalla Copenhagen Fashion Week, nutriamo la sete di conoscenza sulla moda con una chiacchiera con Emma per scoprire di più sul suo lavoro, parlare del suo recente progetto o meglio, della sua quinta stagione alla curatela del casting di Willy Chavarria a Parigi.

Come hai iniziato a fare casting?

Ho iniziato a fare casting un po’ per caso. Durante il mio percorso universitario in Comunicazione sono stata assunta come stagista per gestire i social di un’agenzia di modelle a Milano. Piano piano ho cominciato a incuriosirmi e a informarmi su tutte le professioni che gravitano attorno a quella della moda: da quelle più creative, come lo styling e la fotografia, a quelle più manageriali, come il lavoro dell’agente. Il casting mi è sembrato fin da subito il perfetto equilibrio tra creatività e pragmatismo - due parti da sempre estremamente presenti in me. Una volta capito cosa mi appassionava, ho iniziato parallelamente a capire come poter trasformare quell’interesse in una professione. Quando ho iniziato io non esisteva alcun corso universitario che insegnasse questo mestiere, così ho cercato di imparare nel modo che, credo, chiunque lavori nella moda conosca meglio: facendo l’assistente. Per me la scuola migliore è sempre stata la pratica: rimboccarsi le maniche, trovare qualcuno che abbia bisogno di una mano e che, allo stesso tempo, sia disposto a insegnarti i “trucchi del mestiere”. Un vero e proprio do ut des. Ho avuto veramente la fortuna di imparare dai migliori, Casting Director del calibro Ben Grimes e Simone Schofer con cui tutt’ora collaboro, poi, lungo il percorso, somehow ho acquisito ciò di cui avevo bisogno per mettermi in proprio e a quel punto mi sono buttata.

Qual è l’obiettivo di un casting? Perché esiste la tua figura lavorativa?

L’obiettivo principale del casting è quello raccontare una storia: dare identità, significato e personalità ad un progetto. Così come io sono diversa da te, tu sei diversa da me, e da chiunque ci stia intorno, allo stesso modo lo sono i modelli. Ogni volto, ogni corpo porta con sé una storia diversa e comunica qualcosa di specifico. Per questo, in base alla persona che scegli, stai facendo anche una scelta di linguaggio: decidi quale immaginario, quale messaggio e quale sensibilità dare a quel progetto. Il mio lavoro va ben oltre il contattare un'agenzia. Significa fare ricerca, osservare la realtà che mi circonda, scoprire nuovi “personaggi”, costruire un dialogo con le figure creative che gravitano attorno al progetto e comprendere quale storia si voglia raccontare. A volte la persona perfetta è un modello affermato, altre volte è qualcuno incontrato per strada dieci minuti prima.

Casting Director il lavoro moda di chi sceglie i modelli delle sfilate

Qual è il tuo approccio ad ogni lavoro che fai?

Ogni cliente, ogni progetto, è un piccolo universo a sé. Per questo il mio approccio parte sempre dalla connessione con le menti creative che lo hanno immaginato. Nel caso di una campaign, di un lookbook o di uno show, la prima cosa che cerco di capire è quale sia visione di partenza del designer: cosa vuole raccontare attraverso quella collezione e quali emozioni desideri trasmettere. Se invece lavoro a un editoriale, voglio confrontarmi con il fotografo, lo stylist, l'art director e con tutte le figure coinvolte per cogliere nel modo più autentico possibile l'anima del progetto e ciò che si vuole raccontare attraverso le immagini. Spesso dopo un primo confronto con il team ricevo un moodboard come punto di partenza, ossia una raccolta di references, immagini, spunti che sintetizzino l'idea creativa del progetto. Chiunque mi affidi un casting, in quel momento mi sta dando la propria fiducia. Mi sta mettendo tra le mani qualcosa di estremamente personale, confidando che io possa contribuirne alla sua realizzazione, ed è per questo che questa fase iniziale è fondamentale. Una volta definita la direzione creativa, inizia la ricerca dei volti che mi restituiscano la stessa emozione che immagino abbia guidato il designer, il fotografo o il direttore creativo nel momento in cui quel progetto è nato. Persone che, attraverso il loro aspetto ma soprattutto la loro personalità, siano in grado di dare vita a quella visione nel modo più autentico possibile.

Quali sono le skills principali che servono per svolgere questo lavoro?

Una delle skill fondamentali di questo lavoro sia la “comprensione del testo”, cioè essere in grado di capire cosa viene richiesto, quale sia il messaggio che il brand o il creativo vogliano comunicare con quel progetto. Se non ci sono connessione, comprensione e comunicazione tra le parti il lavoro diventa impossibile. Altre skill direi banalmente avere un buon “occhio”: un bravo casting director deve riuscire a cogliere ciò che gli altri ancora non riescono a vedere, deve saperci “arrivare prima”, possiamo definirla in un certo senso una forma di lungimiranza. E poi l’empatia! Quello del casting director è un lavoro profondamente personale e intimo, a contatto costante con le persone - non si può mai perdere di vista la componente umana in se stessi e negli altri.

Thomas Poli

Thomas Poli

Quanto è importante il casting di una sfilata oggi e perché?

Il casting è uno degli strumenti di comunicazione più importanti della sfilata stessa. Attraverso la scelta dei modelli che indosseranno una collezione, si definisce il messaggio da comunicare; è lì che la narrazione prende forma e dove la visione creativa inizia a diventare concreta e a coinvolgere il pubblico. Oggi poi il ruolo è ancora più centrale, in quanto una sfilata non viene più vissuta soltanto da chi è seduto in prima fila come un tempo: ora viene fotografata, filmata, condivisa e commentata in tempo reale, le immagini fanno il giro del mondo in pochi minuti e spesso e volentieri il primo contatto che il pubblico ha con una collezione passa esattamente attraverso il volto e la presenza di chi la indossa. Per questo il casting non è mai una scelta puramente estetica. Quando il casting riesce a portare in vita con successo il messaggio del designer, questo arriva in modo autentico e la sfilata smette di essere una semplice presentazione di abiti ma diventa un'esperienza capace di lasciare un ricordo e costruire un'identità, non solo negli invitati ma in chiunque ne faccia esperienza anche, e soprattutto, online.

Thomas Poli

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Qual è il valore aggiunto che il brand comunica con le scelte di casting?

Il casting porta in vita e dona un volto i valori di un brand, quei valori non sono più astratti ma, tramite i modelli, diventano visibili, riconoscibili e tangibili - non solo nel loro aspetto ma nella loro attitudine, nello stile della camminata, nella direzione e intensità del loro sguardo - ogni singolo dettaglio entra in gioco e contribuisce a costruire questa narrazione. Quando il casting è coerente con l'identità del marchio, il messaggio arriva in modo più autentico e la sfilata diventa un'esperienza che va oltre gli abiti. Ancor più ampiamente, credo la moda sia uno specchio del mondo in cui viviamo e che il casting ne rifletta inevitabilmente i cambiamenti: se riflettiamo sul tema dell’inclusività ad esempio, ci accorgiamo che la moda ha spesso anticipato o accompagnato i grandi cambiamenti sociali. La prima modella nera sulla copertina di American Vogue apparve negli anni Settanta, in un momento storico profondamente segnato dall'eredità del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Oggi assistiamo a un altro momento significativo: Bhavita Mandava diventa la prima donna indiana ad aprire una sfilata di Chanel, e vento che arriva, non a caso, in un periodo in cui l'India sta consolidando sempre più il proprio potere economico politico a livello globale. Le scelte di casting raccontano non solo la storia di un brand, di una collezione, e del proprio designer, ma anche i cambiamenti culturali, sociali ed economici del mondo: non sono mai soltanto una questione estetica, ma riflettono l'evoluzione della realtà che ci circonda.Thomas Poli

Thomas Poli

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Si possono comunicare dei marketing values attraverso il casting?

Se come marketing values si intendono i valori cardine di un brand, quelli che un brand sceglie di comunicare all’esterno e per il quale intende essere riconosciuto e placed in un determinato mercato, il tal caso il casting è uno dei, se non proprio lo strumento principale, all’interno di una sfilata, tramite il quale il designer sceglie di veicolare i propri messaggi .- questo insieme ad esempio alla sound, alla location, alla scelta degli invitati - ogni elemento è utile alla costruzione della narrazione della storia che il designer sceglie di raccontare.

Puoi raccontarci dei casi di successo di lavori che hai fatto in passato?

Per dirne una, da circa un anno collaboro con il mio caro amico e straordinario fotografo Michele Perna su una serie di ritratti street di modelli/modelle in giro perle strade di New York. Sono scatti che nascono da un desiderio del fotografo di raccontare situazioni ordinarie, ritratti semplici in cui i modelli indossano spesso i propri vestiti, non esistono set design, styling, hair & makeup o produzione attorno di alcun tipo. Credo che riuscire a cogliere lo straordinario inteso come bellezza intrinseca nell”ordinario”, sia estremamente più complicato di quanto sembri, perciò ogni volta che io e Michele facciamo squadra e lavoriamo insieme a questo tipo di progetti, lo ritengo sempre un gran successo!

Thomas Poli

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La ss27 di Willy Chavarria è stata un successo! Come avete lavorato, qual è il tuo rapporto con il brand e il tuo ruolo nel team?

È la quinta sfilata che seguo con loro e, in qualche modo, ogni stagione riesce a essere sempre ancor più magica della precedente. It really takes a village, though. Io e Brent Chua, Casting Director di Willy Chavarria fin dal giorno 0 che vanta con il brand ben 20 sfilate consecutive, ci siamo conosciuti a gennaio dello scorso anno. Il brand stava arrivando a Parigi dove avrebbe sfilato per la prima volta durante PFW e Brent cercava qualcuno che lo supportasse sul territorio europeo, essendo lui basato a NYC. E’ così che abbiamo iniziato a lavorare insieme. Ad oggi è il mio più grande punto di riferimento, mentore, collega, una di quelle persone che chiunque spererebbe di incontrare per avere una spalla in quest’industria. Oggi il team di casting è composto da cinque persone e io sono l'unica italiana. Anzi, a dire il vero, sono l'unica italiana dell'intero team! Mi ritengo davvero fortunata ad avere la possibilità, grazie al mio lavoro, di poter entrare per una decina di giorni in un universo parallelo, dove la diversità è normalità, e in cui l'incontro tra diverse culture crea un’ambiente che stimola e alimenta continuamente la creatività e lo scambio reciproco. Tutto quello che il pubblico percepisce all'esterno, il messaggio che passa attraverso il casting e l'importanza che diamo all'inclusività in passerella, riflette profondamente i valori di tutte le persone che lavorano behind the scenes; è esattamente questa a mio parere la forza del casting di Willy Chavarria: l'autenticità. Nulla è costruito, nulla è fatto per seguire una tendenza o rispondere a una richiesta del mercato. Per noi l'inclusività non è un trend, ma il valore che guida in maniera naturale il nostro lavoro, and you can feel it. Willy, direttore creativo del brand, è personalmente presente ed estremamente coinvolto in ogni fase del processo di casting, lavorando al nostro fianco nella ricerca delle sue Muse: persone che, attraverso la loro personalità e la loro presenza, possano ispirarlo e dare un'interpretazione autentica della collezione. Durante questa ricerca non esistono regole prestabilite, non ci sono misure da rispettare né caratteristiche fisiche privilegiate, ciò che cerchiamo è autenticità e ciò che ci colpisce è l'energia che una persona porta con sé e il modo in cui riesce a riempire la stanza con la propria presenza. Parte tutto da lì. A volte vediamo anche 300, 400 persone in un’unica giornata, tra modelli di agenzie a streetcasts, perciò essere “rapiti” dalla presenza e personalità di una persona per noi fa tutta la differenza.

Michele Perna

Michele Perna

Michele Perna

Michele Perna

Guardando all’ultima fashion week come valuti a livello di diversity i casting e che ulteriore lavoro si può fare secondo te per rendere più qualitativo il risultato?

Credo per molti in quest’industria, il tema della diversity venga ancora affrontato più come un trend che come un valore realmente interiorizzato. Quando questo accade, il rischio è quello di un'inclusività forzata: alcuni corpi o alcune etnie vengono inseriti nel casting non perché siano davvero parte della visione creativa del progetto, ma per rispondere all’attuale richiesta del mercato, alle aspettative della società, e per non diventare vittime nella famigerata cancel culture. Nel mio approccio al casting non “ricerco” la diversità, ne sono semplicemente attratta perché la trovo stimolante, interessante, bella. Darò una risposta un po’ scontata qua, ma credo davvero che, per rendere “più qualitativo” il risultato, si debba uscire dal concetto di diversity come un obbligo morale o una casella da riempire e iniziare piuttosto a vedere le persone per quello che sono, per la loro identità, la loro presenza all’interno di una stanza, la loro personalità, e non ridurle alla loro taglia, al colore della pelle o a qualsiasi altra categoria. Paradossalmente, più si forza questa ricerca della diversità e più si rischia l'effetto opposto: le persone finiscono per essere viste come simboli invece che come individui. Mi piace pensare che il vero obiettivo sia arrivare a un punto in cui ogni persona venga scelta per ciò che porta con sé, nella sua unicità e non nel confronto con l’altro, e a quel punto credo che la “diversità” diventerebbe talmente naturale che non avremmo nemmeno bisogno più di definirla.

Quali sono i limiti dell'industria della moda in questo momento?

Penso che uno dei principali limiti di oggi sia la progressiva perdita di identità e autenticità. Stiamo vivendo un momento in cui tutto viene consumato e prodotto a una velocità enorme, e spesso questo porta a produrre spettacolo e intrattenimento piuttosto che a raccontare storie reali. La velocità e l’effettività, insieme al risparmio, risultano valori molto più importanti di qualsiasi messaggio politico o morale; credo che la minaccia più grande per il mio lavoro e per quello di ogni creativo oggi sia quella dell’intelligenza artificiale: l’immagine prevale sull'esperienza, la perfezione sostituisce l'imperfezione e lo storytelling perde così il suo legame con la realtà. In un settore come la moda, che ha sempre tratto forza dalle persone, dalle sottoculture e dalle esperienze vissute, questo può tradursi in una forte perdita di identità. Penso che il futuro appartenga ai brand, come Willy Chavarria, capaci di preservare uno storytelling autentico, senza paura di trasmettere messaggi politici e impegnati, mettendo al centro le persone. La tecnologia può essere un’ottimo tool, ma non dovrebbe mai sostituire ciò che rende la moda davvero significativa, ossia la sua capacità di raccontare il nostro tempo attraverso l'umanità di chi la crea e di chi la indossa.

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