Prima c’è stato il buio. Quello di una cantina, ma soprattutto quello della paura. Poi è arrivata una voce. Quella di una ragazza che, dopo aver vissuto ore terribili, ha trovato la forza di raccontare ciò che le era accaduto. È una storia che ha scosso Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, Castellammare e un territorio intero. Una storia che ha come protagonista una giovane donna di 22 anni e, sul fronte giudiziario, Romolo Russo, 26 anni, arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata, lesioni e sequestro di persona.
La notte tra il 2 e il 3 agosto, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza del gip, l’incontro nato sui social si trasforma in un incubo. La ragazza viene condotta in una cantina di corso Alcide De Gasperi. La porta viene chiusa e bloccata con un termosifone. Poi le minacce, le violenze fisiche e sessuali, una lunga sequenza di sopraffazioni che sarebbe andata avanti per circa tre ore. Tra le frasi attribuite al giovane anche una minaccia di morte: «Non vedi dove ti trovi? Qui non si portano le ragazze: stasera ti uccido». Quando finalmente può uscire, la ragazza è sola con la paura. Cerca di raggiungere telefonicamente un amico, ma nel cuore della notte nessuno risponde. Sarà il giorno dopo, incontrando lui e poi gli altri amici, che riuscirà a raccontare quello che sostiene di aver subito.
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Proprio la scelta di parlare diventa decisiva. Prima gli amici, poi l’ospedale San Leonardo di Castellammare, quindi i carabinieri. La ragazza viene ascoltata e accompagna gli investigatori nella ricostruzione di quella notte, indicando anche particolari utili all’identificazione del giovane. Il 7 agosto riconoscerà Russo attraverso una fotografia. Il suo racconto trova riscontri nelle dichiarazioni degli amici e negli accertamenti effettuati dai militari.
La protezione
Ma la denuncia non è il punto finale. È l’inizio di un percorso ancora più delicato: quello della protezione. A raccogliere la giovane, fin dall’inizio, è stato il Centro antiviolenza «Rose Spezzate» dell’Ambito N32, che ha scelto di non esporsi pubblicamente per tutelarne dignità, sicurezza e riservatezza. Una scelta rivendicata nel comunicato diffuso ieri: la tutela di una donna passa anche dal diritto di decidere quando, come e se rendere pubblica la propria storia. Il Centro l’ha accompagnata nella presentazione della denuncia e continua a starle accanto in ogni fase del percorso. Non soltanto ascolto, dunque, ma una rete costruita attorno alla persona: professioniste, assistenti sociali, psicologhe e avvocate impegnate quotidianamente nella tutela e nel sostegno delle donne che vivono situazioni di violenza.
È questa, oggi, la parte forse meno visibile della vicenda, ma anche una delle più importanti. Dopo la cronaca, dopo l’arresto, dopo le carte giudiziarie, resta una giovane donna che deve provare a riprendere in mano la propria vita. E il centro «Rose Spezzate» assicura che continuerà a esserci, «senza clamore ma con la stessa determinazione», fino al termine del suo cammino verso la libertà e fuori dalla violenza. «A tutte le donne diciamo con forza: non abbiate paura di chiedere aiuto. Non siete sole, non siete colpevoli e non dovete affrontare la violenza in silenzio».
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Sul fronte giudiziario, intanto, ieri mattina Russo è comparso davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia, nel carcere presso il quale è recluso. Un passaggio importante per il procedimento, dopo la misura cautelare disposta dal giudice Mariaconcetta Criscuolo. Il gip ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari per la custodia in carcere. Ora si attendono i prossimi passaggi dell’inchiesta e del procedimento, con possibili ulteriori novità processuali a breve. Intanto, però, resta il coraggio della ragazza. E resta una comunità che deve imparare a proteggerla anche dal rumore che inevitabilmente accompagna una storia come questa. Perché denunciare, dopo una violenza, non significa soltanto raccontare ciò che è successo. Significa trovare la forza di chiedere che qualcuno prenda quel dolore e lo trasformi in protezione.
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