Carta d’identità elettronica, così l’Italia è riuscita a mancare una scadenza annunciata da anni

2026/07/13

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Milioni di rinnovi e uffici dell’anagrafe in affanno. Dal 3 agosto la vecchia carta d’identità cartacea non sarà più valida per l’espatrio ma, grazie a una proroga, continuerà ad avere validità fino al 31 gennaio 2027. La capacità amministrativa italiana non è riuscita a gestire ordinatamente una scadenza nota dal 2019

Il 3 agosto 2026 segna la fine di una lunga eccezione italiana. Da quella data la carta d’identità cartacea non sarà più valida per l’espatrio, anche se continuerà a essere riconosciuta sul territorio nazionale fino alla sua naturale scadenza e comunque non oltre il 31 gennaio 2027.

È l’ultimo passaggio di un percorso iniziato quasi dieci anni fa con l’introduzione della Carta d’identità elettronica (Cie), il documento destinato a diventare il perno dell’identità digitale dei cittadini italiani.

La domanda, però, è inevitabile: se la scadenza europea era nota da anni, perché l’Italia arriva ancora una volta a ridosso del termine con uffici sotto pressione, open day straordinari e cittadini costretti a rincorrere gli appuntamenti?

Per comprendere il problema bisogna partire dai numeri. Dal 2016 a oggi sono state emesse decine di milioni di Carte d’identità elettroniche, ma la sostituzione del vecchio documento cartaceo non è avvenuta in modo uniforme. Una quota significativa di cittadini continua infatti a possedere una carta tradizionale ancora formalmente valida. Non si tratta di una sorpresa: il sistema italiano ha scelto di non imporre la sostituzione anticipata dei documenti in corso di validità, lasciando che la transizione seguisse il ritmo naturale dei rinnovi. Una scelta ragionevole dal punto di vista economico e amministrativo, che ha evitato costi immediati per le famiglie e un collasso degli uffici anagrafici. Ma che ha avuto una conseguenza prevedibile: concentrare negli ultimi anni una massa enorme di richieste di rinnovo.

La vera questione, quindi, non è la decisione europea. Il regolamento che impone standard di sicurezza uniformi ai documenti di identità degli Stati membri è stato approvato nel 2019. Il problema è la capacità amministrativa italiana di trasformare una scadenza nota in un processo ordinato.
I Comuni si sono trovati a gestire una domanda crescente senza disporre sempre delle stesse risorse. La produzione della Cie è centralizzata, ma l’acquisizione delle richieste resta affidata agli uffici anagrafici comunali. Qui emergono le differenze territoriali.

Il caso Roma

Nei centri medio-piccoli la transizione è stata generalmente assorbita senza particolari criticità. Nelle grandi città, invece, il sistema ha mostrato tutte le sue fragilità. Roma rappresenta il caso più emblematico. Non soltanto perché è il Comune più popoloso d’Italia, con quasi tre milioni di residenti, ma perché concentra una domanda anagrafica enorme e strutturalmente difficile da gestire. Negli ultimi anni il Campidoglio ha dovuto ricorrere ripetutamente ad aperture straordinarie e open day per smaltire le richieste. Ancora nell’estate 2026 vengono organizzati fine settimana dedicati esclusivamente al rilascio della Cie.

Il motivo non è soltanto quantitativo. Roma soffre di una storica carenza di personale amministrativo rispetto alle funzioni svolte, di una complessa articolazione municipale e di una domanda che cresce improvvisamente in prossimità delle ferie estive, quando molti cittadini scoprono che il documento cartaceo non sarà più sufficiente per viaggiare all’estero.

Anche altre grandi città hanno registrato criticità, seppur meno accentuate. Milano, Napoli, Torino e Palermo hanno progressivamente ampliato gli sportelli e digitalizzato le prenotazioni, ma il sistema continua a essere vulnerabile ai picchi di domanda.

Il paese delle proroghe

Il paradosso è che la digitalizzazione del documento dipende ancora da una forte componente organizzativa fisica: appuntamenti, sportelli, operatori, verifiche documentali.

L’aspetto più interessante riguarda però la natura stessa della transizione. La Cie non è soltanto una carta d’identità più moderna. È uno strumento di accesso ai servizi digitali pubblici, una credenziale di autenticazione forte, un tassello dell’ecosistema che comprende Spid, firme elettroniche e servizi online della pubblica amministrazione.

Il ritardo nella sua diffusione non produce soltanto code agli sportelli: rallenta la costruzione di un’infrastruttura digitale nazionale più efficiente. Per questo la proroga concessa dal governo per l’utilizzo interno della carta cartacea può essere letta in due modi.

Da un lato evita un’emergenza amministrativa e tutela i cittadini che non sono riusciti a ottenere per tempo il nuovo documento. Dall’altro certifica che la transizione non è stata completata nei tempi previsti. La lezione che emerge da questa vicenda riguarda meno la tecnologia e più la capacità dello Stato di programmare.

La scadenza europea era conosciuta, il numero potenziale di documenti da sostituire era stimabile, i colli di bottiglia organizzativi erano evidenti da anni. Eppure l’Italia arriva ancora una volta all’ultimo miglio affidandosi a proroghe, aperture straordinarie e campagne informative tardive.

La Carta d’identità elettronica resterà probabilmente uno dei progetti di digitalizzazione più riusciti della pubblica amministrazione italiana. Ma il modo in cui si conclude la stagione della carta cartacea dimostra che il vero problema non è introdurre innovazioni.

È governarne la diffusione con sufficiente anticipo, evitando che una riforma annunciata da anni si trasformi, per milioni di cittadini, in una corsa contro il tempo.

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