Ci sono sedici anni dentro il «non c'è più» che Carla Taibi pronuncia raccontando la sua vita al fianco di Emma Bonino. Per sedici anni, è stata infatti la sua assistente personale e portavoce, anche quando è diventata Tesoriera di +Europa e Bonino temeva che il tempo per starle accanto sarebbe diminuito. «Ma non è stato così, ovviamente», racconta a Vanity Fair. Carla Taibi c'è sempre stata, discreta e rigorosa, anche nei momenti più duri. Come questo. «È difficile riuscire a realizzare che Emma non c’è più», continua Taibi ma la parola subito successiva al dolore è gratitudine. Quella «umana e politica» di avere potuto lavorare ogni giorno accanto a lei e per lei. Dal suo punto di vista così intimo e prezioso, Taibi racconta Emma Bonino nella sua veste meno conosciuta, quella della piemontese doc, quella che non aveva bisogno di mostrare il suo affetto perché più spesso preferiva nasconderlo dentro una provocazione, insofferente alla retorica e ai «piagnistei», che pretendeva moltissimo dagli altri e ancora di più da se stessa. Che quando arrivò la diagnosi di tumore mise subito le cose in chiaro: «Io non sono il mio tumore. A quello ci pensano i medici, noi abbiamo altro da fare». Ci risponde al telefono in una giornata in cui il suo telefono non smette di squillare e si scusa, per non avere risposto subito.
Come sta?
«È difficile riuscire a realizzare che Emma non c’è più. Un dolore immenso, per una perdita altrettanto grande. Quando una persona così importante ci lascia si è assaliti da tanti sentimenti, tutti assieme, tutti potentissimi. Ma uno più di tutti emerge: la profonda gratitudine umana e politica per aver potuto lavorare per lei e con lei, ogni giorno degli ultimi sedici anni».
Lei è stata accanto a Emma Bonino sempre. Qual è l'Emma che non abbiamo mai conosciuto davvero?
«Emma aveva un modo tutto suo di dimostrare affetto. Non era mai esplicita in quello, la divertiva provocare le reazioni dei suoi interlocutori ed era il suo modo di dire: ti stimo, ti prendo sul serio, vediamo se sai stare al gioco. Trattava tutti allo stesso modo: dall’attivista al dirigente, con un'attenzione enorme all'etichetta istituzionale, dai ministri ai capi di Stato. Diretta, schietta, senza fronzoli e cerimonie, ma con un rispetto istituzionale che davvero non si ravvede più. La divertiva l’intelligenza e si annoiava profondamente di fronte alla retorica vuota. Per me era come salire ogni giorno sulle montagne russe. Il viaggio più bello mai fatto».
Com'era lavorare con lei ogni giorno? C'è un gesto, una frase che le torna in mente?
«Emma era una piemontese doc, la persona più testarda che abbia mai conosciuto. Ogni sua parola, ogni sua decisione, erano pesate al millimetro e fondate su valori e principi che sembravano inarrivabili anche alle persone più vicine. Pretendeva tanto, troppo, in primis da se stessa. Non amava perdere tempo e non accettava le lamentele inutili, i piagnistei. I problemi, anche quelli più grossi si prendevano di petto e in un lampo di genio sapeva sempre quale fosse l'espressione più efficace per definire un concetto e quale fosse il punto di caduta più opportuno. Così come quando le arrivò la notizia del tumore. Ci disse: io non sono il mio tumore. A quello ci pensano i medici, noi abbiamo altro da fare».
Negli ultimi anni Bonino ripeteva che i diritti conquistati non sono garantiti per sempre. C'era una battaglia che sentiva particolarmente urgente o qualcosa che temeva potesse andare perduto dopo di lei?
«C’erano tante cose che sentiva incomplete, tante battaglie per cui spronava tutti, noi per primi, a continuare a lottare. Diceva sempre “io ormai posso lottare con voi, non posso più lottare per voi, ho già dato”. Tra tutte le sue lotte, tre in particolare erano quelle su cui ancora era impegnata con la testa e con tutta la sua passione civile: una legge giusta sul fine vita che in Italia manca malgrado le sentenze della Corte Costituzionale, una legge giusta sull’immigrazione che superasse la Bossi-Fini per andare oltre i pregiudizi e scoprire che ogni persona ha un valore per tutti se le si riconosce la piena dignità e poi l’Europa, “tutta l’Europa che manca”, diceva lei, gli Stati Uniti d’Europa. Quella lotta ha tenuto assieme tutte le altre: costruire la patria europea, la patria del diritto, delle libertà, della Giustizia internazionale, delle opportunità. Da quello è nata +Europa, il suo partito. Disse: se non la difendiamo noi non lo farà nessun altro».
Se oggi dovessi sottrarre Emma alla dimensione pubblica e raccontarla attraverso un solo ricordo, quale sceglierebbe?
«Un momento preciso mi viene in mente. Eravamo nel backstage di un evento musicale in cui l’avevano invitata, proprio alla fine della campagna elettorale per le europee del 2019. Eravamo state in giro tutto il pomeriggio per attività di campagna elettorale a Milano ed era stanca ma anche preoccupata. Mi prese in disparte e mi disse: cosa c’entro io qui? Questi ragazzi vogliono ballare e fare festa, non ascoltare una vecchia come me. Era come se, malgrado i riconoscimenti di tutta una vita, non si rendesse conto di quanto potente fosse il suo messaggio, anche per le nuove generazioni. Salì sul palco, migliaia di ragazze e ragazzi la accolsero come una rock star. Lei si sciolse e parlò loro col cuore spronandoli a non dare mai i diritti conquistati per scontati, a continuare ad essere “troppo”, a pretendere tutto. Era emozionata lei, ero emozionata io ed erano commossi tutti quei ragazzi. Non voleva più andare via. E in effetti persone come lei non vanno via mai davvero».
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