Mascherine Covid, ecco la lettera di Arcuri al procuratore Prestipino

2026/07/17

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17 luglio 2026

C’è una lettera di appena una pagina nell’archivio della Procura di Roma che Il Tempo pubblica oggi in esclusiva e che, riletta insieme agli altri atti dell’inchiesta sulle mascherine, assume un significato particolare. Porta la data del 24 novembre 2020, è firmata dal commissario straordinario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri ed è indirizzata al procuratore di Roma Michele Prestipino Giarritta. Per comprenderne il contenuto bisogna però fare un passo indietro. Il 15 ottobre 2020 la Procura di Roma aveva iscritto nel registro degli indagati alcuni dei protagonisti dell’affare delle mascherine ipotizzando il reato di corruzione propria. Tra loro figuravano Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa ed ex consulente del ministero delle Infrastrutture, Andrea Vincenzo Tommasi, imprenditore e amministratore della Sunsky Srl, Daniele Guidi, manager sammarinese ed ex amministratore delegato di Banca Cis, Antonella Appulo, già componente della segreteria tecnica del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio (Pd), l’intermediario ecuadoriano Jorge Edisson Solis San Andres e Dayanna Andreina Solis Cedeno, amministratrice della Guernica Srl. Al centro dell’inchiesta vi era la maxi fornitura di dispositivi di protezione individuale acquistati per un miliardo e duecentocinquanta milioni di euro dalla struttura commissariale nei mesi più drammatici della pandemia. Secondo quella prima ricostruzione accusatoria, alcuni funzionari pubblici avevano ricevuto denaro per favorire l’assegnazione delle commesse. In quelle contestazioni compariva anche il nome di Arcuri. Non come indagato, ma quale pubblico ufficiale attorno al quale gli investigatori avevano ipotizzato si fosse sviluppato il presunto patto corruttivo.

Passa poco più di un mese e accade qualcosa. Il 19 novembre 2020 La Verità, diretta da Maurizio Belpietro, pubblica lo scoop destinato a far uscire l’inchiesta dalle stanze di piazzale Clodio. Il titolo campeggia in prima pagina: «Indagine su 72 milioni di euro pagati in commissioni per le mascherine di Arcuri». Per la prima volta l’esistenza dell’indagine diventa di dominio pubblico.
La reazione del commissario è pressoché immediata. Prende la carta intestata della Presidenza del Consiglio dei ministri e scrive direttamente alla Procura. Il tono è istituzionale ma lascia trasparire anche l’urgenza del momento. Arcuri spiega di avere appreso dalla stampa della possibile esistenza di un’indagine relativa a «presunte commissioni pagate nell’ambito delle forniture di materiale sanitario, in particolare mascherine», e aggiunge di ritenere possibile che la Procura abbia avviato accertamenti. Quindi offre la propria completa disponibilità al procuratore. «Avverto il dovere di mettermi immediatamente a disposizione della S.V., qualora ritenuto opportuno, per concorrere ad individuare e fornire ogni elemento eventualmente utile alle indagini o accertamenti», scrive il commissario. Non si limita però a questo. Sottolinea infatti la necessità di offrire «un chiaro ed inequivocabile segnale del rigore con cui la struttura commissariale opera» e conclude assicurando la piena collaborazione sua personale e di tutti gli uffici della struttura. La lettera viene protocollata in Procura il 24 novembre 2020. Ed è proprio su quel foglio, in alto a destra, accanto al timbro di protocollo, che compare un’annotazione manoscritta destinata oggi ad attirare inevitabilmente l’attenzione: «Vd dott. Ielo (parliamone)».

La grafia è quella del procuratore Prestipino Giarritta, che trasmette così il fascicolo al collega Paolo Ielo, all’epoca capo del Dipartimento che si occupava dei reati contro la pubblica amministrazione e magistrato titolare dell’indagine. Una sola parola. «Parliamone». Che cosa sia accaduto dopo quell’annotazione, gli atti oggi disponibili non lo raccontano. Non risultano verbali di sommarie informazioni rese da Arcuri, interrogatori, memorie difensive o altri atti dai quali comprendere se il commissario sia stato ascoltato personalmente o abbia trasmesso ulteriori elementi alla Procura. Naturalmente ciò non significa che tali attività non vi siano state: semplicemente, non emergono dalla documentazione che è stata depositata successivamente.
Esiste però un’altra data. Il 3 dicembre 2020. Sono trascorsi appena nove giorni dall’arrivo della lettera. Il sostituto procuratore Mario Palazzi, oggi procuratore di Viterbo, insieme ai colleghi titolari del fascicolo, firma il provvedimento che cambia radicalmente il volto dell’inchiesta. La corruzione scompare.

Le contestazioni vengono riqualificate come «traffico di influenze illecite», reato voluto dall’allora ministra della Giustizia Paola Severino e recentemente abrogato. Il presunto patto corruttivo con il pubblico ufficiale esce di scena e il baricentro dell’accusa si sposta sull’attività di intermediazione svolta, secondo la Procura, sfruttando rapporti privilegiati con il commissario straordinario. Contestualmente vengono stralciate le posizioni di Arcuri, del responsabile unico del procedimento Antonio Fabbrocini e di altri soggetti, mentre per Appulo cade l’originaria contestazione di corruzione.

È lo snodo processuale destinato a cambiare definitivamente il corso dell’indagine sulla maxi fornitura di mascherine, oggi al centro dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal senatore Marco Lisei (FdI). La differenza tra le due imputazioni è sostanziale: la corruzione presuppone un accordo illecito tra pubblico ufficiale e privato; il traffico di influenze punisce invece chi monetizza la propria capacità di incidere sulle decisioni del pubblico agente, anche senza che quest’ultimo partecipi al patto. La sequenza temporale, però, resta lì: 15 ottobre 2020, iscrizioni per corruzione; 19 novembre, lo scoop de La Verità; 24 novembre, la lettera di Arcuri con quell’annotazione manoscritta — «parliamone» — vergata da Prestipino; 3 dicembre, la Procura riscrive completamente l’impianto accusatorio. Sostenere che sia stata quella lettera a determinare il cambio di rotta sarebbe una conclusione che gli atti non consentono di trarre. Ma c’è un’altra considerazione che, quella sì, emerge dalla documentazione: tra quel «parliamone» e la scomparsa della corruzione passano appena nove giorni e, almeno negli atti oggi conosciuti, non affiora alcun altro passaggio capace di spiegare una svolta tanto radicale. A distanza di sei anni sarebbe utile comprendere cosa accadde davvero in quei nove giorni.
 

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