«C’è una differenza abissale tra l’amore e il possesso. Se una persona ti dice no, quel no va rispettato». Lorena Isceri, in migliaia per l’addio: l’omelia del parroco

2026/09/10

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I palloncini rossi volano in cielo mentre una bara bianca attraversa il piazzale gremito della chiesa Maria Regina, a Squinzano, nel Salento: è quella di Lorena Isceri, la 45enne uccisa dall’ex compagno Federico Vella il 3 settembre. Tra la folla in silenzio si sente soltanto il pianto di mamma Antonietta, che tiene stretto tra le braccia l’orsacchiotto bianco che apparteneva alla figlia da quando era bambina, lo accarezza e alla fine lo posa sul feretro. Papà Franco, invece, continua a cercare Lorena in una fotografia. La prende dalla bara, la bacia, la solleva perché tutti possano vederla. La chiesa si alza in piedi. Applaude.

È l’ultimo saluto di due genitori alla figlia che fino a una settimana fa aspettavano di rivedere viva. E attorno a loro ieri si è stretta tutta Squinzano. Il Comune ha proclamato il lutto cittadino, i negozi hanno chiuso, mentre fiocchi rossi sono comparsi sulle giacche e nastri, rose e palloncini hanno riempito le strade: un unico colore scelto come simbolo contro la violenza sulle donne. La chiesa dove Lorena era stata battezzata non è riuscita a contenere tutti. Centinaia di persone hanno seguito la funzione dal maxischermo allestito all’esterno e molti sono arrivati anche dai paesi vicini. In prima fila il prefetto di Lecce Domenico Manno e una quarantina di sindaci con la fascia tricolore. In migliaia, alla fine, per stringersi attorno ad Antonietta, Franco, al fratello Danilo e a una famiglia che in pochi giorni ha perso tutto.

Davanti all’altare, una gigantografia mostra Lorena sorridente e con le ali da angelo. Ed è quella l’immagine che gli amici vogliono lasciare di lei. Non soltanto la donna rapita a Firenze dall’ex compagno, percossa nel garage, caricata nel bagagliaio della sua Audi Q3 e portata per una ventina di minuti lungo l’A1 fino al viadotto di Barberino del Mugello, dal quale è stata gettata. Ma la ragazza partita da un piccolo paese del Salento e capace, con sacrificio, di costruirsi una vita e una carriera a Firenze nel settore farmaceutico veterinario. «Piccola nel corpo, grande nel cervello», le disse il presidente della commissione il giorno della laurea, ricorda un’amica dall’altare. Una donna forte, una di quelle che davanti alle difficoltà pensano sempre di potercela fare ancora una volta.

L'omelia

Don Vanni Bisconti, il parroco della chiesa prova a dare un nome a ciò che resta. «Vorremmo, se fosse possibile, prenderci un pezzo del dolore di questa famiglia», dice guardando i genitori. Ma soprattutto chiede che la morte di Lorena non venga archiviata come “il gesto di un folle”. Parla ai ragazzi, ai genitori, alla scuola, alla società: «C’è una differenza abissale tra l’amore e il possesso, tra l’amore e il controllo. Se una persona ti dice no, quel no va rispettato. Perché l’altro non ci appartiene».

È anche quello che Francesca Pasimena, cugina e più cara amica di Lorena, ha detto sull’altare. «Negli ultimi giorni aveva paura». Ma, insiste, «è stato tutto veloce». Il pericolo, per quanto ne sapeva la famiglia, era esploso nelle ultime settimane di agosto: «Non stiamo parlando di una persona che ha subito per mesi e per anni violenze. Lorena era una persona che pretendeva rispetto e te lo diceva». Anche il cugino Eugenio Pasimena l’aveva incontrata due volte durante le vacanze di agosto: «Era preoccupata, perplessa e turbata. Era un po’ sovrappensiero. Non era serena». Quella era stata l’ultima estate di Lorena nella sua Puglia. Franco aveva insistito perché la figlia rimanesse più a lungo con loro e oggi conserva quei giorni come uno degli ultimi momenti felici trascorsi insieme: «Abbiamo passato un agosto bellissimo». Poi era arrivato il momento di ripartire per Firenze. Il padre l’aveva accompagnata alla stazione e, prima di lasciarla andare, l’aveva salutata come faceva sempre: «Bambina, ti voglio bene». Non poteva sapere che sarebbe stata l’ultima volta.

Le indagini

Ma mentre Squinzano saluta Lorena, a Firenze resta ancora da ricostruire tutto ciò che precede la sua morte. Nelle indagini entra un altro capitolo: Federico Vella era seguito da uno psichiatra da circa quindici anni. Una circostanza che, sostiene la famiglia Isceri, Lorena ignorava. «Lui non le aveva mai detto di essere in cura da quindici anni, glielo aveva nascosto. Se lo avesse saputo sarebbe scappata». Lorena aveva scoperto soltanto dopo circa un anno di relazione che Vella assumeva psicofarmaci, trovando una scatola di pastiglie. Secondo quanto riferito dal padre, successivamente avrebbe saputo che l’uomo soffriva di schizofrenia e disturbo bipolare e riteneva che anche la famiglia di lui ne fosse a conoscenza. Su eventuali diagnosi, tuttavia, al momento non risultano conferme ufficiali e saranno gli accertamenti investigativi a dover chiarire anche questo aspetto. Ora la Procura di Firenze potrebbe approfondire anche ciò che è accaduto negli anni e nelle settimane precedenti alla morte della ragazza. A dirlo, a margine dei funerali, è Cosimo Miccoli, avvocato della famiglia Isceri. Sul ruolo dello specialista che aveva in cura Vella, il legale non muove accuse ma vuole delle verifiche: «Qualcuno può aver letto male questo momento di criticità, poteva essere fatto qualcosa». «Il pubblico ministero starà facendo anche tutte le altre sue valutazioni», spiega Miccoli, comprese quelle «di natura investigativa tecnica».

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