C’è un figlio perfetto che forse (non) sogniamo  - L’Unione Sarda.it

2026/10/08

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Un eccezionale Riccardo Scamarcio premiato a Venezia

09 ottobre 2026 alle 00:49

Capitano spesso nella vita certe casualità che, per quanto irragionevoli o ingiuste, non possiamo far altro che prenderci in carico, consapevoli soltanto della nostra sostanziale impotenza. Ma anche quando gli impedimenti che ne derivano appaiono fin troppo onerosi, esiste sempre, nel profondo, la possibilità di accoglierli come un dono, come un’occasione per coltivare qualcosa di unico o come una via per crescere che, altrimenti, non avremmo mai potuto imboccare. Da un’esperienza che accomuna innumerevoli vicende personali prende spunto “I figli della scimmia”: un progetto co-scritto e diretto da Tommaso Landucci che, per l’occasione, compie il suo esordio alla regia con un film a soggetto. Dopo essersi distinto all’ultima Mostra di Venezia, con la vittoria dei premi per la miglior sceneggiatura e la migliore interpretazione maschile nella sezione Orizzonti, il titolo attesta nuovamente l’esigenza di un cinema che sappia distanziarsi dallo sguardo invadente del suo autore, fondando la propria forza sulla semplicità e sull’immediatezza.

La storia

Anche nelle loro differenze, i fratelli Dario e Roberto coltivano un rapporto di calore e sostegno, lavorando nella stessa società e trascorrendo insieme i ritrovi in famiglia. Diversamente da Roberto, Dario vive una situazione domestica più delicata, dovendosi occupare, insieme alla moglie, di Enrico, il loro figlio disabile. Pur trattandosi di una preoccupazione costante, Dario si mostra sempre aperto e premuroso, vivendo le giornate in casa con un intimo senso di gratitudine. I momenti convivali gli permettono intanto di conoscere meglio Giacomo, suo nipote quattordicenne: un ragazzino poco propenso agli studi, che soffre l’autorità paterna e preferisce dedicarsi alla passione per la moto. In modo spontaneo, i due si ritrovano a confrontarsi sulle decisioni per il futuro, a svolgere fianco a fianco i compiti scolastici e ad assistere alle gare di motocross. Ma le attenzioni rivolte a Giacomo cominciano a sottrarre a Enrico il tempo di cui ha bisogno, mentre Roberto finisce per percepire quell’affetto come qualcosa di invadente, addirittura di sostitutivo rispetto alla propria figura genitoriale.

Come una carezza

Fin dai primi istanti, appare chiaro che l’aspirazione del titolo sia quella di raccontare una storia con uno sguardo diretto e quasi documentaristico sulla realtà. Ciò emerge soprattutto dalla forma essenziale dell’impianto visivo, ma anche da una direzione attoriale senza eccessive limitazioni rispetto al contenuto dello script. In una progressione inframezzata da brevi e sporadiche dissolvenze, la narrazione si concentra in particolare sui gesti quotidiani, mantenendo un ritmo che, anche nella sua posata distensione, non perde mai il filo e arricchendosi di inquadrature così specifiche da chiarire, in un istante, tutto ciò che è necessario sapere. Una costruzione tanto solida permette agli attori di esprimersi al massimo del loro potenziale: Riccardo Scamarcio regala una delle sue prove migliori, indossando un ruolo che pare essergli stato cucito addosso e dando credibilità a ogni passaggio evolutivo, senza enfatizzare i cambi di pensiero o le alterazioni dell’umore. Un lavoro splendido, che arriva come una carezza, rivelando attraverso la naturale esposizione dei fatti che il tocco poetico, talvolta, sa celarsi proprio nelle piccole cose.

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