Biennale Danza di Venezia: Emanuel Gat ed Elle Sofe Sara

2026/08/01

Categories: lifestyle

Five Days in the Sun. Ph Julia Gat

Five Days in the Sun di Emanuel Gat

«Un caleidoscopio di potenza faustiana». Così qualcuno ha definito la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler – composta nel 1902 -, per quel senso di nevrosi e precarietà che attanagliava gli esseri umani dei primi anni del Novecento, portandoli vicino all’angoscia del Nulla, così tipica delle filosofie esistenzialiste. Qualcosa di questa idea metafisica ci sembra di percepire nella creazione Five Days in the Sun del coreografo Emanuel Gat, dove, su quell’attacco musicale di tromba e l’intervento improvviso dell’intera orchestra che esegue una marcia funebre, una donna dalla lunga veste rossa e il volto velato (la ritroveremo nel finale con altre due donne, una vestita di bianco, l’altra di nero), segna l’inizio dello spettacolo.

La sua presenza è subito accompagnata dall’ingresso di due uomini dalle leggere e trasparenti tuniche color sabbia (costumi di Inez Vicher), e, ancora, popolata dall’ingresso di altre figure. Il loro movimento corale, fluttuante ed energico, che attraversa, da lì in avanti, tutta la vasta scena, segnerà un altro orizzonte emotivo, vicino ad una dimensione più spirituale. Che interpretiamo come una continua morte e rinascita, una lotta tra luce e oscurità. Lo esprimono anche le luci – firmate dallo stesso Gat insieme alle scene – alternando semioscurità e bagliori di aurore e di albe di un deserto ventoso.

Five Days in the Sun. Ph Julia Gat

Vira così verso altre atmosfere evocative la coreografia tessuta da Gat sulla partitura mahleriana, che non intende illustrare la potente musica tardo-romantica del compositore austriaco, ma tessere piuttosto un dialogo tra corpi e suono. Astratta è infatti, sempre, la danza del coreografo di origine israeliana-francese che dal 2007 risiede a Marsiglia con la sua compagnia, la cui cifra stilistica nasce spesso sulle grandi opere sinfoniche.

Five Days in the Sun. Ph Julia Gat

Five Days in the Sun, che ha aperto con successo la Biennale Danza di Venezia, si struttura in quattro quadri coreografici – uno per ogni movimento sinfonico, escludendo il quinto – segnati ciascuno dalla discesa e risalita del sipario del Teatro Malibran. Sono voluttuosi vortici corali, ariose aperture in libertà alternate a più intime sequenze, con momenti di assoli, duetti, quartetti, gruppi in attesa, tra entrate e uscite dalla scena frontale sagomata da cinque soglie aperte, spazio di soste e riprese.

A sospendere lo slancio dei corpi dalle vesti svolazzanti, è l’irrompere dei performer dai mutati costumi casual. La comunità che si forma è del nostro presente, turbato da azioni rivoltose di una figura in nero, successivamente contrastata da un’altra in bianco. I movimenti frenetici dell’ensemble ora seminudo, trovano quiete nell’ultimo quadro quando, nel controluce arancione si stagliano i magnifici dodici danzatori, mentre inizia il celebre Adagietto di Mahler che rimanda immancabilmente al film Morte a Venezia di Luchino Visconti. Sul sottofondo di voci di bambini e garrire di gabbiani che suggeriscono l’ambientazione di una spiaggia, le note calde e profonde dell’arpa e degli archi dell’orchestra si distendono sui corpi dei danzatori che da terra si rialzano tornando a vestire le ampie tuniche, modellando nelle loro posture un imperscrutabile anelito spirituale.

Five Days in the Sun. Ph Julia Gat

Láhppon/Lost di Elle Sofe Sara

Tra le molte compagnie che il direttore artistico della Biennale Danza Wayne McGregor ha selezionato guardando alle culture di varie parti del mondo, una bella rivelazione è stata il Norwegian National Ballet e la conoscenza di un pezzo importante di storia norvegese a noi sconosciuta. Láhppon/Lost della coreografa, regista e cineasta lappone Elle Sofe Sara, insieme alla coreografa islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir, racconta della rivolta di Kautokeino del 1852, condotta da un gruppo del popolo indigeno Sami (il più antico dell’intero continente Europeo, allevatori di renne della Scandinavia settentrionale), contro il potere politico e religioso delle autorità danesi-norvegesi.

LÁHPPON LOST. Ph Andrea Avezzù

Sfruttamento economico, disuguaglianze sociali – con i Sami che subivano discriminazioni e povertà rispetto ai coloni norvegesi – e fervore religioso, furono la causa di un’insurrezione che causò vittime, repressioni e condanne. Quei fatti vengono evocati nello spettacolo attraverso una coreografia corale dal ritmo incalzante e riflessivo (19 i magnifici ballerini dei 70 del Norwegian National Ballet) che unisce mirabilmente vocabolario classico e contemporaneo, e dove, nel risuonare di canti malinconici e musiche dagli echi elettronici (di Valgeir Sigurðsson), spiccano degli assoli, dei duetti, dei gruppi contrapposti, di grande impatto per la forza emotiva e fisica che sprigionano.

LÁHPPON LOST. Ph Andrea Avezzù

La bellezza dello spettacolo risiede anche nel paesaggio scenico composto da una struttura metallica mobile con un grande schermo sul quale scorrono immagini video di volti in primo piano, seguita da una grande scultura lignea di pali blu intrecciati, ispirata alle tecniche costruttive sami, e da piccoli cespugli rossi che calano dall’alto e usati come strumenti percussivi e di lotta.

LÁHPPON LOST. Ph Andrea Avezzù

Ma sono i variegati costumi dalle bellissime fogge tradizionali di ispirazione sami nei colori rosso, nero e bianco, con body grigi screziati, altri di fattura e forme moderne decorate (fashion designer Henrik Vibskov), ad affascinare e aggiungere grazia ad una storia drammatica dall’eco universale.

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