Bersani: «Ora una proposta europea anche a Putin. E no a una spesa Nato al 5 per cento»

2026/07/14

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L’ex segretario Pd: «Al centrosinistra serve un programma chiaro. E se non c’è una persona che rappresenta tutti, serve un gruppo dirigente consapevole e generoso, che lasci fare a ciascuno la sua parte. Non è tempo di piccole beghe»

Si parte dalla legge elettorale: «Vogliono forzare tutte le funzioni di garanzia, nella logica di “chi ha i voti comanda”». Pier Luigi Bersani si chiede: «Dove sono i liberali in Italia, la divisione dei poteri non l'ha mica inventata la sinistra. L'hanno inventata loro, tagliando la testa al re». Siamo alla Festa dell’Unità di Monza. Per dovere di cronaca, annotiamo che come ovunque anche stavolta l’ex segretario è accolto da migliaia di persone, e che poi non c’è cucina che non lo reclami per un saluto, e che prima e dopo l’intervista dal palco avrà sempre una lunga fila di militanti accanto.

A proposito di liberali, Schlein dice che l’establishment non la vuole. Si può governare contro l'establishment?

Da presidente dell’Emilia-Romagna, e poi da ministro, ho avuto a che fare con tanti pezzi della borghesia italiana. So che ci sono imprenditori di qualità, e umanità. Ma non sono quelli che dirigono il traffico. Io ho fiducia: se riusciremo a mettere insieme uno schieramento largo, da qualcuno arriverà un sostegno a una battaglia progressista. Sanno che la politica della destra porta il paese contro un muro.

Prima dello schieramento, il programma. Ancora non c’è.

Dovremmo partire da poche semplici parole. Poche righe, ma esigibili. Parliamo di lavoro? Alla riga 1 scriviamo: leggi sulla rappresentanza e contrattazione. Disboscamento della precarietà. Alla riga 2, salario minimo. Alla riga 3, parità salariale uomo-donna. Formazione obbligatoria nei contratti. Sicurezza sul lavoro. Sul fisco, basta usare l’intelligenza artificiale e le banche dati per ridurre del 30 per cento in 5 anni l'evasione. Si può fare di più, ma non facciamo venire il mal di testa ai liberali.

Non la patrimoniale?

Ecco, senza far venire il mal di testa, riprendiamo il tema della progressività superando tutti i forfait. Noi incassiamo 50 miliardi di patrimoniali dai prodotti finanziari. Però se ho 10mila euro in bot, pago il 12 per cento, se ho un miliardo, pago il 12 lo stesso. Basta sistemare questo. E in ogni caso, ogni sforzo in più va chiesto a quel 5 per cento che ha metà della ricchezza italiana.

È possibile mettere d’accordo chi oggi dice sì agli aiuti militari a Kiev, e chi dice no?

Sì, se vogliamo mandare andare a casa la destra. Ci mettiamo a un tavolo, a ragionare. Noi siamo quelli del diritto internazionale, degli organismi che lo tutelano, mentre le destre del mondo li stanno smontando. L’Ucraina: noi, l’Europa, ha fin qui dato una mano perché stesse in piedi con la dignità di un paese sovrano. È il momento di lanciare una proposta negoziale europea che si rivolga anche alla Russia.

È Putin che non la vuole.

Ma noi la dobbiamo fare.

Il pericolo russo è “pompato” per farci spendere in armi, come dice Conte?

Non so cosa passa nella testa di Putin. Ma siamo condannati, bon gré mal gré, a immaginare un mondo oltre la crisi e quindi un modo di convivenza pacifica con la Russia. Quanto alle armi, non possiamo arrivare al 5 per cento del Pil. Peraltro il 60 per cento va al negozio americano, quello che vuole Trump. Ogni euro speso fuori da un progetto comune europeo è buttato via.

È stato giusto organizzare a Napoli un palco con soli tre partiti?

Per me la sequenza è: i tre partiti che hanno fatto insieme l’opposizione da subito, aprono il percorso. Era meglio che le foto arrivassero dopo, ma c’è la convinzione che la comunicazione arriva prima dei fatti. Bon. Prima avrei fatto tre paginette che dicono chi siamo noi, i nostri valori. Robe che si capiscano: siamo quelli del no alla guerra, che non accettano una gerarchia fra esseri umani, che per domare la migrazione irregolare aprono canali regolari. Seconda pagina, un po’ di base programmatica. Ma la terza pagina è importante: noi non bastiamo, né per lo schieramento né per il programma. Apriamo un confronto largo. Diamo il via ai comitati per l'alternativa. Comunque, la gente si aspetta che in autunno parta un percorso.

I quattro leader promettono: al governo non ci divideremo. Ma si può credere a Matteo Renzi?

Ci sono stati anni in cui il renzismo era una cosa seria, nazionale e internazionale, e ormai posso dire che l'ho fatto correre alle primarie, modificando lo statuto, perché sapevo che altrimenti avrebbe da subito spaccato il mio partito. Adesso però si dicono due cose che non stanno insieme, cioè Renzi al 2 per cento non conta niente, però stia fuori perché è un pericolo. Non è più quel tempo, accettiamo i ravvedimenti operosi. Non saremo ingenui. Ma abbiamo altre questioni per tradurre in alleanza il potenziale che c’è per vincere. Più di Renzi, il tema delicato è che i Cinque stelle sono nati in polemica con il Pd, e che noi poi li abbiamo considerati il nemico principale. Poi Conte e Schlein ci hanno traghettati fin qua. Resta che il Pd deve sapere che l’M5s è un movimento, e la stessa parola “alleanza” per loro suona diversa rispetto a noi. E loro debbono togliersi dalla testa che sia ignominioso fare un accordo stabile con un partito.

Meloni è una gran comunicatrice. La sinistra ne ha uno, o una, così?

Forse no, ma sconsiglierei di seguirla sui suoi terreni. Noi, quanto alla politica, siamo antropologicamente diversi. Meloni può fare comiziacci generici, la destra li accetta. Il nostro mondo no. Ricordo Prodi, all’inizio in tanti dicevano che non aveva il piglio. Poi, poco a poco, si è visto chi era: interpretava le diverse sensibilità del nostro vario mondo.

Oggi c’è uno come Prodi?

Se non ce l’hai, non puoi farlo di legno. Bisogna compensarsi. C’è poco da fare, noi siamo un mondo plurale. E, come gli impressionisti francesi, parliamo en plein air. Ma, presa per il verso giusto, non è una debolezza. Perché dobbiamo tenere in squadra tanta gente. Quindi se non c'è una persona sola che ci riesce, serve un gruppo dirigenti consapevole, legato da una strategia comune, che lascia fare a ciascuno la sua parte, con responsabilità e generosità. Dove vogliamo portare l’Italia in cinque anni? Questa è la domanda, il resto viene dopo. Non è tempo di piccole beghe.

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