L'autopsia sul duplice giallo di Pietracatella stabilisce che Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita non avrebbero potuto essere salvate. Le conclusioni della perizia alleggeriscono la posizione dei cinque medici indagati, mentre le indagini proseguono per chiarire come e da chi il veleno sia stato somministrato
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La consulenza medico-legale depositata alla Procura di Larino segna un punto di svolta nel giallo di Pietracatella, in provincia di Campobasso. Secondo gli esperti incaricati dagli inquirenti, Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita non avrebbero avuto possibilità di sopravvivere, neppure con un intervento sanitario diverso da quello ricevuto. La ragione è racchiusa nella combinazione di tre elementi, l'elevatissima concentrazione di ricina riscontrata nell'organismo delle due vittime, l'assenza di un antidoto specifico contro questa tossina e la rapidissima evoluzione del quadro clinico. Nelle 838 pagine della relazione, i consulenti spiegano infatti che "alla luce dell'elevato quantitativo delle tossine del ricino individuate agli esami tossicologici, dell'assenza di antidoto specifico e della rapidità evolutiva del quadro, non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso della paziente". Una conclusione destinata ad avere un peso importante anche sul filone d'indagine che vede coinvolti cinque sanitari dell'ospedale Cardarelli di Campobasso, iscritti nel registro degli indagati con l'ipotesi di omicidio colposo.
La perizia ridimensiona il fronte delle responsabilità mediche
La consulenza rappresenta la prima ricostruzione scientifica completa della tragedia. I medici legali Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Carlo Alessandro Locatelli e Daniele Merli, che hanno lavorato insieme agli specialisti del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, descrivono un'intossicazione già irreversibile nel momento in cui madre e figlia arrivarono in ospedale. Secondo gli esperti, la quantità di tossina presente nell'organismo era talmente elevata da non lasciare margini di intervento. Per questo motivo viene escluso che diagnosi differenti o cure più tempestive avrebbero potuto modificare l'esito finale. La relazione, quindi, tende a scagionare i cinque medici finiti sotto inchiesta, pur lasciando formalmente aperto il fascicolo della Procura fino al completamento di tutti gli accertamenti.
La ricina trovata nel sangue conferma l'avvelenamento
Gli esami tossicologici hanno certificato senza lasciare spazio a dubbi che entrambe le vittime sono morte a causa di un'intossicazione acuta da ricina, una delle sostanze naturali più tossiche conosciute, ricavata dai semi della pianta del ricino. I valori riscontrati sono risultati particolarmente elevati. Nel sangue di Antonella Di Ielsi sono stati rilevati 722 nanogrammi per millilitro di ricina, mentre in quello della figlia Sara la concentrazione era pari a 630 nanogrammi per millilitro. Numeri che, secondo gli specialisti, spiegano perché il decorso sia stato tanto rapido e devastante.
Quando sarebbe stata ingerita la sostanza tossica
La consulenza prova anche a ricostruire la finestra temporale dell'avvelenamento. Per gli esperti, la modalità più probabile di esposizione resta quella orale. I primi sintomi comparsi nella mattinata del 25 dicembre consentono infatti di collocare l'assunzione della ricina tra il 23 e il 24 dicembre, cioè durante le festività natalizie. Resta però ancora sconosciuto il veicolo attraverso il quale il veleno è entrato nell'organismo delle due donne. Gli investigatori non possono infatti stabilire se la tossina fosse stata mescolata a un alimento oppure sciolta in una bevanda.
Il mistero che ha sconvolto Pietracatella
La vicenda risale allo scorso Natale, quando Antonella Di Ielsi e la figlia Sara iniziarono ad accusare un violento malessere caratterizzato da disturbi gastrointestinali. Le due si presentarono al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Campobasso, dove il quadro clinico venne inizialmente interpretato come una forma influenzale intestinale. Dopo la valutazione furono dimesse. Poche ore più tardi, però, le loro condizioni precipitarono fino al tragico epilogo. La successiva autopsia avrebbe poi rivelato una realtà completamente diversa, individuando nella ricina la causa del decesso. Da quel momento la Procura di Larino ha aperto un'inchiesta per duplice omicidio aggravato dall'uso del mezzo venefico contro ignoti, affiancata dal procedimento parallelo per verificare l'operato dei sanitari.
Chi ha somministrato il veleno
Se la causa della morte appare ormai accertata, il vero nodo investigativo resta capire chi abbia fatto assumere la ricina a madre e figlia e con quali modalità. Gli investigatori stanno continuando ad ascoltare familiari, conoscenti e tutte le persone che potrebbero fornire elementi utili a ricostruire le ultime giornate delle vittime. Nei giorni scorsi è stato sentito nuovamente anche il parroco di Pietracatella, don Stefano Fracassi, convocato negli uffici della Procura di Larino nell'ambito delle attività investigative. Secondo quanto trapelato da fonti qualificate, gli inquirenti avrebbero compiuto "significativi passi avanti" e la soluzione del caso sarebbe più vicina, anche se al momento il fascicolo per duplice omicidio resta aperto contro ignoti e non risultano persone formalmente indagate. Nel frattempo proseguono anche gli approfondimenti scientifici affidati agli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino, chiamati ad analizzare il materiale sequestrato durante le perquisizioni.
Al vaglio decine di reperti raccolti nell'abitazione
Per cercare di ricostruire il percorso seguito dalla tossina, gli specialisti stanno analizzando circa settanta alimenti recuperati nella casa della famiglia, oltre a indumenti, mobili e numerosi altri oggetti presenti nell'abitazione. L'obiettivo è verificare se esistano tracce della ricina e individuare il punto esatto in cui sarebbe avvenuta la contaminazione. Solo questi ulteriori accertamenti potranno chiarire se l'avvelenamento sia stato provocato attraverso un cibo, una bevanda oppure con un'altra modalità ancora sconosciuta. Per il momento, però, una conclusione appare ormai consolidata nella relazione medico-legale: l'intossicazione era già così avanzata e la dose di ricina così elevata da non lasciare concrete possibilità di sopravvivenza alle due vittime, indipendentemente dalle cure ricevute.
Che cos'è la ricina e perché è così letale
La ricina è una proteina altamente tossica contenuta nei semi della pianta del ricino (Ricinus communis), coltivata in molte parti del mondo anche come pianta ornamentale. È considerata una delle tossine naturali più pericolose perché basta una quantità molto ridotta per provocare danni gravissimi all'organismo. Una volta entrata nel corpo, la sostanza blocca la capacità delle cellule di produrre proteine indispensabili alla loro sopravvivenza. Questo provoca un rapido deterioramento degli organi vitali e, nei casi più gravi, può condurre al decesso in poche ore o in pochi giorni, a seconda della dose assunta e della modalità di esposizione. L'aspetto più critico è che, allo stato attuale delle conoscenze mediche, non esiste un antidoto specifico contro la ricina. Le cure possono soltanto alleviare i sintomi e sostenere le funzioni vitali del paziente mentre l'organismo cerca di reagire agli effetti del veleno.
Proprio questa caratteristica viene richiamata anche nella consulenza depositata alla Procura di Larino, nella quale gli esperti sottolineano come l'assenza di una terapia risolutiva, unita all'elevatissima concentrazione della tossina rilevata negli esami e alla rapidissima evoluzione del quadro clinico, abbia reso impossibile salvare Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita.
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