Si avvicina un clima più fresco, anche se alcune città non sembrano essersene ancora accorte, e ogni anno, nel passaggio dall’estate all’autunno e dalla vita all’aperto all’ufficio, torna anche la domanda su cosa significhi esattamente “smart casual” nella moda maschile. Per alcuni è semplicemente qualcosa di leggermente più curato rispetto alla classica combinazione T-shirt e jeans, senza arrivare alla giacca e alla cravatta. Se c’è una cosa che gli uomini fanno fatica a lasciare nel territorio del weekend o delle vacanze, a prescindere dall’età, è la felpa con il cappuccio. Per i quarantenni è una specie di coperta di Linus capace di ricordare, al solo contatto, quando erano più giovani e avevano più capelli. Anche gli uomini più anziani si sono fatti sedurre, soprattutto dall’indiscutibile vantaggio di poter usare il cappuccio per tenere al caldo testa e orecchie. Uomini che hanno trascorso gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta in giacca e cravatta adesso chiamano su Skype, facendo generalmente un po’ di casino, incorniciati da cappucci e cordini.
Quest’estate Alexa Chung, l’ultima vera It-girl rimasta insieme a Chloë Sevigny, ha pubblicato una foto di una rastrelliera di felpe con il cappuccio. Quella in primo piano, viola acceso, aveva i cordini bianchi annodati in una piccola asola all’altezza delle clavicole. La caption diceva semplicemente “Trigger warning”; sotto, un muro di donne che piangevano dal ridere. Chi si aggira intorno ai quarant’anni ha capito immediatamente: quella felpa portata così era la divisa di qualcuno che ci aveva spezzato il cuore a vent’anni, mentre navigavamo nel picco dell’indie sleaze con la pancia piena di vodka Red Bull. Poi sono arrivati i flashback delle pubblicità di American Apparel e il ricordo di chi aveva pubblicato la foto. Chung, all’epoca, stava con il principino dell’indie sleaze inglese, Alex Turner degli Arctic Monkeys. Oggi Turner ha un’aria da rockabilly esistenzialista; allora era tutta una rotazione di polo con il colletto alzato, canotte a righe, jeans strettissimi e felpe con il cappuccio, chissà quante ne ha viste ai tempi Alexa Chung.
Zomer FW26
Ogni revival dei primi Duemila si porta dietro quelle felpe dai colori accesi con i cordini annodati all’altezza delle clavicole, insieme alle fotografie scattate col flash nei bagni dei club, alle Converse sporche e ai pantaloni che oggi impedirebbero la circolazione sanguigna. L’asola non aveva nessuna funzione, a parte rendere leggermente più lezioso un capo maschile che avrebbe dovuto comunicare disinteresse per il proprio aspetto — l’arte della sprezzatura prima che la scoprissero tutti. I cordini, naturalmente, erano nati per uno scopo molto meno romantico. La felpa con il cappuccio moderna era comparsa negli Stati Uniti negli anni Trenta come capo pratico, quando Champion aveva aggiunto un cappuccio alla felpa girocollo per tenere al caldo gli atleti tra un allenamento e l’altro, cominciando poco dopo a produrre abbigliamento universitario con stemmi e nomi dei college. Era grande, spesso doppio, e poteva essere stretto intorno alla testa quando faceva freddo. Ci sono quindi voluti circa settant’anni perché una soluzione pensata per proteggere dal vento gli sportivi americani diventasse un fiocchetto stretto per i ragazzi inglesi che ascoltavano i Libertines.
Marco Rambaldi FW26
Versace, 1999
Vent’anni dopo, nelle scuole americane la felpa ha ormai preso il posto che una volta spettava alla T-shirt come uniforme non ufficiale dell’adolescenza.Tra i ragazzi una delle divise più riconoscibili è Fear of God Essentials, la linea più accessibile lanciata nel 2018 da Jerry Lorenzo dopo il successo del suo marchio Fear of God. “Accessibile” rimane una definizione relativa, perché una felpa per bambini sul sito del brand costa oggi 140 dollari e le versioni da adulto possono costare ancora di più. Business Insider ha raccontato quest’anno il fenomeno partendo da una domanda molto semplice. Come fanno i ragazzini a convincere i genitori a spendere fino a 175 dollari per una felpa? A quanto pare con la perseveranza di chi dispone di un unico, solidissimo argomento: ce l’hanno tutti. A prima vista, peraltro, nelle felpe Essentials non sembra esserci molto da desiderare. Sono grandi, pesanti, volutamente semplici, spesso beige, grigie, nere o in qualche tonalità di muro appena stuccato. Se nei primi Duemila la felpa doveva essere viola, verde bottiglia, gialla, rossa, magari a righe, oggi il ragazzo più cool della scuola può chiedere per Natale una felpa color avena con scritto ESSENTIALS sul petto.
Mary J. Blige, 1996
Le ragazze hanno costruito intorno allo stesso oggetto un rituale un po’ diverso. Una delle felpe più desiderate tra Gen Alpha e Gen Z è quella di Pink Palm Puff, marchio fondato da Lily Balaisis quando era ancora adolescente. Costa 89 dollari, è oversize, arriva anche in colori pastello e porta sulla schiena grandi palme in rilievo. Balaisis ha spiegato che tra le adolescenti esiste persino una domanda ricorrente, “what makes a hoodie a hoodie?”, come se non tutte le felpe avessero il diritto di appartenere davvero alla categoria. La morbidezza è fondamentale, naturalmente, però conta quasi altrettanto il momento in cui arriva a casa. L’unboxing di Pink Palm Puff è diventato parte del prodotto e alcune giovani clienti collezionano persino le scatole. È un dettaglio che probabilmente dovrebbe far sentire molto vecchio chiunque abbia comprato la propria felpa preferita da American Apparel prendendola da una pila in un negozio illuminato come un ambulatorio e con i cartelloni osé sui muri. Eppure il meccanismo non è poi così diverso.
Matières Fécales FW26
Collina Strada SS27
La felpa continua a essere uno dei pochi capi capaci di essere contemporaneamente una divisa e una coperta, qualcosa che si indossa per farsi riconoscere dagli altri e qualcosa dentro cui ci si può nascondere. Cambiano il prezzo, il logo, il peso del cotone e soprattutto il modo corretto di portarla.
Linda Evangelista, Versace FW 1990
La vita bassa è già ricomparsa da un pezzo e adesso anche i jeans si stanno lentamente ristringendo, con il concreto terrore che ritornino quei maledetti Cheap Monday. L’indie sleaze, del resto, è stato riesumato abbastanza volte da non poter più essere definito morto. GQ ha decretato il ritorno della zip-up hoodie, ricordando come appena vent’anni fa fosse diventata uno “slutty status symbol” per gli hipster, prima che arrivasse Mark Zuckerberg a farne l’uniforme del tech bro. Giusto due anni fa la rivista celebrava anche il ritorno della Gap logo hoodie originale degli anni Novanta, nata nel 1995 come capo per bambini e arrivata solo qualche anno dopo nel reparto uomo. Spinti da TikTok, presto i diciassettenni inizieranno a fare l’asola ai cordini bianchi e sarà la rovina di tutte quelle ragazze che profumano di Sol de Janeiro.
Louis Vuitton SS27
Sinead O’Connor, 1992
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