
“Armagideon Time” è un cofanetto di tre CD che, prendendo in esame gli anni compresi tra il 1978 e il 1984, analizza l’esplosione di suoni scaturita dall’incontro di due culture solo in apparenza contrastanti. Da una parte il punk e il post-punk Made in UK, con la loro natura grezza e oscura; dall’altra, le atmosfere rarefatte e ultraterrene del dub giamaicano, figlio ancor più “strafatto” del reggae.
Nel box set compilato dalla Cherry Red Records trovano spazio brani originali e remix, tutti accomunati da una natura mutante che ancora oggi suona quanto mai moderna. La concretezza del punk, tutta distorsioni ed energia grezza, sembra quasi diluirsi fra i riverberi e i bassi profondi tipici del dub.
Da questo coloratissimo conflitto prendono forma suggestioni quasi psichedeliche, sicuramente oniriche, dove ritmiche a volte tese, a volte rilassate creano spazi immensi per invenzioni assolutamente all’avanguardia per quel fertilissimo periodo creativo a cavallo fra gli anni ’70 e ’80.
Nelle note di copertina scritte da Jah Wobble, il bassista originale dei PIL, si trovano tutte le informazioni necessarie sulle origini del dub e sul suo fortunato incontro con il punk e con il post-punk. Il dub si sviluppò come naturale evoluzione della cultura dei sound system, con pionieri come il produttore e ingegnere del suono King Tubby (ex riparatore di radio) che si divertivano a remixare i lati B dei 45 giri di musica reggae togliendo le parti cantate e aggiungendo quintali di riverbero.
I primi contatti col punk avvennero poi tra il 1975 e il 1976, periodo di incubazione per il genere, quando disc jockey di peso come Don Letts e Joe Peel iniziarono a diffondere il verbo “riverberato” tra migliaia di giovani dotati di creste e borchie.
Il matrimonio fu quasi una conseguenza naturale – non tanto per le inesistenti somiglianze dal punto di vista sonoro, quanto per le comuni origini proletarie e politiche dei due movimenti. Sia il dub che il punk crebbero e prosperarono fra i giovani della working class che trascorrevano le loro serate tra feste di quartiere e concerti nei locali più malfamati.
Ambienti per molti versi malsani, ma traboccanti di quella vivacità artistica e culturale in grado di innescare fenomeni realmente unici. Proprio come quello che è al centro di questo corposissimo box set composto da cinquantasette tracce. Di seguito, una lista di cinque tra le più rappresentative.
ALTERNATIVE TV
Life After Dub (1978)
Tra le macerie fumanti del post-punk si mossero con notevole disinvoltura gli Alternative TV, band capace di intercettare e rimescolare stimoli musicali provenienti da ogni angolo del pianeta. Il basso pulsante di Alex Fergusson, futuro membro degli Psychic TV, è il vero motore del brano, ma la sorpresa è il pianoforte di Jools Holland, oggi noto come conduttore della BBC.
DILLINGER
Funky Punk (1979)
Lato B del 45 giri della celebre “Cokane In My Brain”, dalla quale riprende parzialmente la melodia principale. Un mix assurdo fra funk e blues sintetico, avanti anni luce rispetto all’epoca in cui uscì.
THE RUTS
Love In Vain (1980)
“Love In Vain”, B-side del singolo “Staring At The Rude Boys”, nasce nel pieno della fase più identitaria dei Ruts, quella in cui le atmosfere rarefatte della musica dub e del reggae si fusero indissolubilmente con la loro anima post-punk. Una delle tracce più rappresentative per cogliere l’essenza del box set della Cherry Red Records.
THOMPSON TWINS
A Dub Product (1981)
Una B-side risalente agli albori della band di Sheffield che, in seguito, avrebbe raggiunto un enorme successo internazionale con un sound squisitamente synth-pop.
23 SKIDOO
Fire (1984)
Le radici dei 23 Skidoo, band londinese nata sul finire degli anni ’70, affondavano in sonorità tribali e industriali. Nel 1984, ovvero quando uscì il brano in questione, le influenze iniziali avevano lasciato spazio a un ventaglio sonoro ancor più ampio, con il dub a intrecciarsi con una crescente fascinazione per il gamelan indonesiano.