Anne Berest: «Quando a mio padre sono stati diagnosticati due tumori, i miei genitori mi hanno chiesto di lasciarli in pace. Ci sono rimasta male, ma poi ho capito che dovevano attraversare quel momento a modo loro, in una sorta di intimità privata»

2026/10/11

Categories: lifestyle

Ha il viso sottile, gli zigomi appena pronunciati, qualche segno intorno agli occhi e un'espressione che oscilla tra il divertito e il malinconico. A prima vista Anne Berest sembra una modella – non a caso, è molto vicina alla Maison Chanel – o una diva del cinema. Invece è una delle sceneggiatrici e scrittrici più apprezzate della Francia e del mondo, specie da quando La cartolina, il best-seller uscito nel 2021 dedicato all’albero genealogico di sua madre, è stato pubblicato in 20 Paesi e tradotto in 30 lingue. Ora, a distanza di cinque anni, Berest, pronipote dell’artista e scrittore Francis Picabia, tra i massimi esponenti delle avanguardie artistiche del Novecento cui è dedicata una mostra al Palazzo Reale di Milano fino al 27 gennaio del 2027, ha deciso di dedicarsi a suo padre. Lo fa in Finistère, un romanzo pubblicato da Edizioni E/O che parla del passato ma, soprattutto, del silenzio che per tanto tempo è stato la grammatica attraverso la quale Anne comunicava con suo padre Pierre, ricercatore e ingegnere minerario scomparso all’età di 72 anni per due tumori.

Scrive che questo romanzo è riuscito a metterla in contatto con suo padre: in che modo?
«Credo che i morti continuino a vivere dentro di noi e che li portiamo ovunque andiamo, a volte senza saperlo. Più in profondità, penso di aver passato buona parte della mia vita a cercare di ristabilire un dialogo tra i vivi e i morti, perché credo che i morti siano tristi quando smettiamo di parlare con loro».

Eppure, in vita, con suo padre parlava poco.
«Quando cresci con un padre silenzioso come il mio impari a leggere il silenzio. Crescendo scopri che ne esistono di diversi tipi e inizi pian piano a comprenderli perché i bambini sono dei sismografi: riescono a percepire esattamente cosa succede ai loro genitori, anche quando non dicono nulla».

Ci ha sofferto?
«Molto. Perché il silenzio scatena spesso equivoci e frustrazioni: puoi imparare e leggere qualcuno senza mai sapere davvero cosa direbbe se parlasse, ma non sarà mai come confrontarti con lui davvero».

Il rapporto di Anne Berest con il silenzio oggi?
«È cambiato. Il silenzio oggi mi piace, non sento il bisogno di riempirlo. Allo stesso tempo, però, con le mie figlie ho capito che è molto importante cercare di mettere le cose in parole in modo molto chiaro. Questo aiuta i ragazzi a trovare le proprie, di parole. Io questa fortuna non l’ho avuta».

Anne Berest «Quando a mio padre sono stati diagnosticati due tumori i miei genitori mi hanno chiesto di lasciarli in...

Tra lei e suo padre non ci sono mai stati baci: le sono mancati?
«Quando cresci in una famiglia in cui le cose funzionano in un certo modo, non ti chiedi mai come sarebbero potute essere. Solo da grande ho capito che mi è mancata un certo tipo di vicinanza, ma oggi non fa più male».

Quando ha smesso di fare male?
«Quando ho capito che il rapporto con mio padre è ancora vivo, nonostante lui sia morto».

Cosa pensa che si sia rotto tra lei e suo padre?
«Penso che sia accaduto durante la mia adolescenza. Perché il legame fisico, così stretto, tra un padre e la sua bambina non può restare esattamente lo stesso quando lei cresce. A 13 anni il mio corpo è cambiato: mio padre era una persona molto timida e ha reagito a quella trasformazione prendendo una certa distanza da me. Da figlia, questo mi ha spezzato il cuore ma, col senno di poi, penso che fosse un problema generazionale. Penso che i padri di oggi siano molto più a loro agio con la vicinanza fisica con le proprie figlie».

Scrive che crescere con due genitori intellettuali è stato complicato: in cosa?
«I miei genitori appartenevano a quelli che in Francia chiamiamo i soixante-huitards, la generazione del Sessantotto. Crescere con due persone politicamente impegnate in quegli anni ha creato un tipo di educazione molto particolare. Mia madre, per esempio, non voleva che io e le mie sorelle avessimo le Barbie perché pensava che offrissero una cattiva rappresentazione delle donne. In più, mi sembrava che i miei vivessero un po’ nel loro mondo».

Che cosa intende?
«Mio padre, per dire, non sapeva guidare la macchina e non sapeva fare niente con le mani. Quando andavamo in vacanza, nella casa che affittavamo c'erano solo libri perché sia lui che mia madre dovevano continuare a lavorare alle loro ricerche. La mia immagine dell’infanzia: pareti ricoperte di libri».

Avete avuto problemi anche nella vita adulta. Dice che, quando ha chiesto di vedere le cartelle cliniche di suo padre, sua madre le ha detto di lasciarli in pace. cosa ha significato per lei sentire quelle parole?
«All'inizio ero sconvolta. Avevo bisogno di sapere tutto, di fare domande, di dimostrare che ero lì per aiutare e risolvere i problemi, ma loro mi stavano chiedendo una cosa sola: poter attraversare quel momento a modo loro. Quindi, anche se lì per lì l’ho presa male, è stato un momento molto bello, perché ho sentito che i miei genitori dovevano affrontare quella diagnosi da soli, in una sorta di intimità privata. Spero di riuscire a fare lo stesso con le mie figlie».

La lezione più importante che Anne Berest vorrebbe insegnare alle sue figlie?
«Che è impossibile controllare tutto».

Anne Berest «Quando a mio padre sono stati diagnosticati due tumori i miei genitori mi hanno chiesto di lasciarli in...

VALERIE MACON/Getty Images

Che madre è?
«Penso che le madri siano inevitabilmente imperfette: per quanto ci proviamo, facciamo errori. E forse è giusto così: la perfezione sarebbe un peso troppo grande da portare per dei figli. Mi capita comunque spesso di sentirmi in colpa. A volte penso di non essere una madre brava quanto lo è stata mia madre: meno disponibile, meno presente. Probabilmente è ingiusto nei miei stessi confronti, visto che anche lei lavorava moltissimo. I miei genitori mi hanno insegnato il valore del lavoro, e cerco di trasmetterlo alle mie figlie».

La libertà di una donna passa dall’indipendenza economica?
«Quando avevo vent'anni pensavo che la battaglia delle nostre madri avesse risolto tutti i problemi e che, ormai, avremmo avuto una vita senza disuguaglianze. Dieci anni dopo ho capito che c'è ancora moltissimo da fare, che non è finita, che la battaglia deve continuare. E ho capito quanto mia madre, che diceva di non dover mai chiedere a un uomo di comprarti le sigarette, aveva ragione. Sono felice di appartenere a una generazione che continua a lottare per nuove regole».

Una regola che vorrebbe gli altri rispettassero?
«Scrivete i vostri ricordi. Non al computer ma su carta, perché solo quella attraversa il tempo: è il regalo più prezioso che potete fare ai vostri figli e nipoti. È grazie ai quaderni scritti trent'anni fa da mio nonno che ho potuto scrivere il mio libro. I ricordi sono storia: se scrivi com'era la tua vita da bambino, quali erano le tue canzoni preferite, cosa mangiavi, com'era la scuola, com'era la tua casa, quella è storia per i tuoi figli e i tuoi nipoti».

Insieme alle sue figlie, ha chiesto a Siri qual è il senso della vita: ha trovato la risposta?
«Siri ha risposto: "Orizzontale": mi ha fatto ridere, ma anche pensare. Perché, alla fine, penso non sia una risposta così sbagliata. Cerchiamo sempre il senso della vita guardando in alto, in attesa di trovare una spiegazione. Ma forse il senso della vita sta nelle nostre relazioni con le altre persone, in chi ci sta intorno, nel modo in cui attraversiamo la vita insieme».

Ha scritto di aver passato la vita rincorrendo l'approvazione di suo padre. Di chi cerca l'approvazione, oggi?
«Nel piacere che le persone provano leggendo i miei libri. Quando un lettore mi dice che quello che ho scritto lo ha toccato, per me è sufficiente».

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