Negli ultimi anni Netflix ha ampliato parecchio la propria proposta dedicata agli anime, puntando anche su produzioni capaci di uscire dai soliti schemi. Alcune serie, in particolare, sono riuscite a distinguersi per stile, scrittura e impatto emotivo, conquistando non solo gli appassionati di animazione giapponese.
Sono titoli molto diversi tra loro, ma accomunati dalla capacità di lasciare qualcosa allo spettatore.
Devilman Crybaby, una discesa nell'oscurità
Tra le produzioni più controverse e riconoscibili c’è sicuramente Devilman Crybaby (scopri perché dovresti guardare o riscoprire quest'anime), rilettura moderna dell’opera di Go Nagai. La serie mette subito in scena un mondo nel quale i demoni sono una minaccia concreta e la paura finisce per trasformare anche gli esseri umani.
Il protagonista Akira Fudo si ritrova coinvolto in questa guerra e, insieme all’amico Ryo Asuka, deve fare i conti con una realtà sempre più difficile da comprendere. L’animazione, volutamente irregolare e dinamica, contribuisce a creare un’atmosfera fuori dagli schemi, soprattutto durante gli scontri più violenti.
Ma è il lato umano a rendere davvero particolare la serie. Dietro la follia visiva e le scene più estreme si nasconde una storia sul rapporto tra due amici, sulla paura e sulla perdita. Il finale porta alle estreme conseguenze quanto costruito negli episodi precedenti, lasciando un’impressione difficile da cancellare.
Cyberpunk: Edgerunners, adrenalina e tragedia
Con Cyberpunk: Edgerunners si cambia completamente scenario. La serie di Studio Trigger porta sullo schermo la Night City già conosciuta dai giocatori di Cyberpunk 2077, ma lo fa attraverso una storia autonoma.
David Martinez è un ragazzo che cerca di sopravvivere in una città dove denaro, tecnologia e potere stabiliscono le regole. L’incontro con Lucy lo conduce verso il mondo dei mercenari e degli impianti cibernetici, mettendolo davanti a rischi sempre più grandi.
L’estetica è esplosiva, le scene d’azione sono spettacolari e il ritmo non concede molti momenti di pausa. Eppure, quello che resta maggiormente è il lato emotivo. La serie riesce a trasformare una storia apparentemente fatta di cyberware e sparatorie in un racconto doloroso sull’ambizione, sull’amore e sulle conseguenze delle proprie scelte.
Kotaro abita da solo, quando il sorriso nasconde la tristezza
All’apparenza Kotaro abita da solo potrebbe sembrare il più leggero dei tre. Il protagonista è infatti un bambino di quattro anni che si trasferisce da solo in un appartamento e finisce per fare amicizia con Shin Karino, un vicino aspirante mangaka.
La premessa strappa facilmente un sorriso, ma la serie cambia gradualmente registro. Piccoli dettagli del comportamento di Kotaro permettono di capire che dietro la sua indipendenza c’è una storia familiare tutt’altro che semplice.
Il rapporto con Karino e con gli altri abitanti del palazzo diventa così fondamentale. Non servono grandi gesti; sono la presenza, l'attenzione e la quotidianità a dare al bambino un nuovo senso di sicurezza. È proprio questo equilibrio tra momenti divertenti e passaggi più malinconici a rendere l’anime così efficace.
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