Sono le sette del mattino. Sto andando a scuola e nella piazza vicino all’istituto ci sono già i pullman, in fila, pronti a partire. Ma come? È il primo settembre e siete già in gita? Eh sì.
Tra i ragazzi ci sono sguardi confusi, alcuni rivolti a terra, incerti, altri nascosti dietro un ciuffo sistemato con cura. Tra chi già si conosce volano parole e gesti più disinvolti, mentre tra le mamme – lontane, dietro l’angolo per non farsi vedere - resistono le ultime raccomandazioni, quelle dette a bassa voce e da lontano, quasi di nascosto: «Mi raccomando… adesso sei al liceo».
Anche noi docenti siamo un po’ spaesati. Non conosciamo questi ragazzi, non sappiamo ancora chi abbiamo di fronte. Eppure dobbiamo, e soprattutto vogliamo, trasmettere entusiasmo, fiducia, la sensazione che questo viaggio, anche se dura solo qualche giorno, possa essere un buon modo per cominciare.
Perché forse è proprio questo il punto: il primo giorno non basta.
Ci sono passaggi nella vita scolastica che meritano più attenzione di altri. L’ingresso alle scuole superiori è certamente uno di questi. Per un ragazzo di quattordici anni non significa soltanto cambiare edificio, insegnanti e libri di testo. Significa entrare in una realtà nuova, spesso più grande e più complessa, nella quale vengono richieste maggiore autonomia, capacità organizzativa e responsabilità. E significa, soprattutto, ricominciare da capo dal punto di vista delle relazioni: nuovi compagni, nuovi gruppi, nuove dinamiche, e la necessità di trovare il proprio spazio senza sapere ancora bene quale sia.
È forse per questo che, guardando quei ragazzi salire sul pullman, penso che l’accoglienza non possa esaurirsi in una giornata di presentazioni, in una visita della scuola o nella consegna di un orario. Un ragazzo entra in una scuola quando varca per la prima volta il cancello, ma ci entra per davvero quando comincia a sentirsi parte di quel luogo e di quel gruppo.
Faccio l’appello. Carichiamo le valigie. Un giro tra i sedili, qualche battuta scambiata nel corridoio stretto del pullman. Poi ci sistemiamo. E si parte. È un inizio un po’ insolito, forse. Ma a pensarci bene è proprio così che dovrebbe cominciare un percorso nuovo: non soltanto con un’aula, un banco, un orario da imparare, ma con la possibilità di stare insieme e di conoscersi.
Una delle esperienze che più mi hanno convinta, negli anni, del valore della scuola fuori dalla scuola è stata proprio osservare cosa succede quando i ragazzi vengono messi nelle condizioni di condividere un’esperienza intensa, lontana dalla routine quotidiana: una settimana in montagna, un’esperienza in barca a vela, un’attività residenziale qualsiasi ma comunque vissuta fuori dall’aula. Il contesto può essere diverso, ma l’elemento comune è che per alcuni giorni, ragazzi e insegnanti smettono di essere semplicemente persone che si incontrano in classe e diventano una piccola comunità. Si mangia insieme, si affrontano imprevisti, si collabora, ci si aiuta. Qualcuno scopre di essere particolarmente bravo a organizzare; qualcun altro si rivela un ottimo mediatore; qualcuno che in classe tende a rimanere in disparte trova invece il proprio spazio durante un’attività pratica.
È proprio questo, a mio avviso, il valore del team building a scuola: creare occasioni autentiche di incontro, nelle quali i ragazzi possano conoscersi, collaborare e scoprire qualcosa gli uni degli altri attraverso ciò che fanno insieme.
Non siamo ancora una classe, non siamo ancora un gruppo, siamo solo persone che stanno cominciando a conoscersi.
Da qui nasce un’idea che considero particolarmente interessante: immaginare un vero e proprio campus introduttivo per i ragazzi che entrano alle superiori. Potrebbe essere in Italia oppure, perché no, in Canada o in un altro Paese. La destinazione, però, sarebbe/è quasi secondaria rispetto all’obiettivo.
Un’esperienza progettata intorno alle relazioni, fatta di attività sportive, laboratori, giochi di squadra, momenti informali e piccoli compiti da svolgere insieme: occasioni per mescolare i ragazzi, aiutarli a conoscersi e permettere loro di incontrarsi al di fuori delle categorie con cui spesso arrivano a scuola. Anche le classi si costruiscono. E hanno bisogno di tempo, di esperienze condivise e di occasioni per imparare a stare insieme.
Amo dire e pensare che le classi sono come i figli: tutti diversi tra loro, ciascuno da accudire e da far sentire accolto.
Formare una sezione è sicuramente un problema organizzativo, ma se penso alle mie classi vedo persone, equilibri, amicizie già esistenti, nuove relazioni. Sono tutti elementi che possono contribuire a creare un ambiente nel quale gli studenti possano sentirsi accolti e, allo stesso tempo, messi nella condizione di crescere. Per questo è importante che i ragazzi abbiano la possibilità di costruire nuove relazioni, anche al di fuori dei piccoli gruppi con cui arrivano dalle scuole precedenti.
E poi arriva lo studio.
Una volta costruito il gruppo, bisogna imparare a studiare. Alle superiori! È uno dei passaggi che più frequentemente genera ansia: la quantità di lavoro aumenta, le materie diventano più articolate, le verifiche possono essere numerose e agli studenti viene chiesto progressivamente di diventare autonomi. Ecco allora che questi momenti condivisi possono diventare anche il qui e ora in cui imparare un metodo.
Entrando alle superiori, un ragazzo si trova davanti almeno a due domande.
“Con chi affronterò questi anni?” e “come posso imparare ad affrontarli?”
La prima riguarda il gruppo, le relazioni, il senso di appartenenza, la seconda riguarda il metodo, l’autonomia, la capacità di organizzarsi. Sono due dimensioni profondamente legate. Un ragazzo che si sente parte di un gruppo affronta più facilmente le difficoltà. Un ragazzo che possiede strumenti per organizzare il proprio lavoro vive con maggiore serenità le richieste scolastiche. È un pensiero che mi fa venire in mente Il piccolo principe e l’incontro con la volpe. Per diventare amici non basta incontrarsi: bisogna avere il tempo di conoscersi, di riconoscersi, di creare un legame. Anche a scuola, forse, “addomesticare”, nel senso più bello che Saint-Exupéry dà a questa parola, significa proprio questo: costruire una relazione attraverso il tempo condiviso, la fiducia e la presenza.
E allora penso che quella partenza alle sette del mattino, quei pullman pieni di ragazzi ancora un po’ spaesati, quelle mamme che salutano da lontano e quei docenti che ancora non sanno esattamente chi hanno davanti non siano soltanto un modo diverso di cominciare l’anno.
Siano già scuola.
È il primo passo dell’apprendimento.
E forse è proprio per questo che il primo giorno non basta.
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