Onorevole Enzo Amendola, si rafforza la saldatura fra Meloni e Frederiksen sull’immigrazione: è la prova che sovranisti e progressisti possono condividere le stesse ricette?
«Che le due si muovano in tandem su questi temi non è una novità. Da anni avanzano proposte comuni, a partire dai fondi europei per gli hub in Africa che nessun grande paese intende sborsare. Con quest’ultima lettera vogliono piuttosto coprire l’aggressione cinica alla Spagna sul caso di Ceuta, rivelatasi per loro un boomerang diplomatico. Per ragioni di pura propaganda hanno provato a farlo passare per un tentato sbarco sulle nostre coste. Una vergogna».
La premier socialdemocratica è quindi un’eccezione nel Pse?
«Frederiksen ha sempre avuto posizioni minoritarie. Me la ricordo ai tempi del negoziato sul Next generation guidare il fronte dei frugali contro i bond e a imporre per lei sconti sul bilancio europeo. Perciò a Meloni dico: auguri! Sull’economia si è scelta una bella compagnia che al momento giusto le presenterà il conto. Rompere l’asse del Sud, quello dei paesi di prima accoglienza, è un errore che pagheremo anzitutto noi italiani».
Dopo Ceuta, Meloni ha accusato Sanchez di aver trasformato in un “pull factor” la regolarizzazione di 500mila migranti. È così?
«Premesso che il nostro governo ha fatto lo stesso con numeri anche superiori, Meloni si è esibita in una sceneggiata indegna. E senza neppure conoscere la situazione spagnola: la stragrande maggioranza dei regolarizzati sono latinoamericani integrati, che non si sognano di partire per Roma o Copenaghen. Chiudere Schengen è poi il massimo di autoflagellazione, specie per l’Italia che soffre più di altri la chiusura dei confini».
Perciò ora la Germania si sente autorizzata a chiedere all’Italia di riprendersi i richiedenti asilo?
«È il frutto avvelenato della politica estera fallimentare del nostro governo. Meloni ha ammainato la bandiera della riforma di Dublino per fare la faccia feroce contro gli sbarchi in cambio di riforme europee dure quanto inefficaci. La “pacchia è finita” urlava anni fa alla Ue e credo che i tedeschi l’abbiano presa in parola, applicando le nuove regole e rispedendoci indietro i migranti sbarcati in Italia. Chi semina sovranismo raccoglie tempeste».
Ma il Pd cosa risponde alla richiesta tedesca? Sì, no, solo a determinate condizioni?
«Come hanno sempre fatto tutti i governi fino a Meloni: chi sbarca in Italia sbarca in Europa. Che bisogna attuare il principio di condivisione del dovere di accoglienza con gli altri Paesi. Quindi redistribuzione e revisione di Dublino. Se salta, puoi fare tutte le regole brutali che vuoi, saremo sempre noi, più esposti geograficamente, a subirne le conseguenze. Alla faccia della difesa dell’interesse nazionale».
Ma la vostra alternativa agli hub nei Paesi terzi e ai centri di rimpatrio qual è? Accoglierli tutti, come vi contesta la destra?
«Favorire vie legali nei flussi coordinati e gestiti a 27. Abbiamo bisogno di immigrazione regolare, lo chiede il sistema produttivo, a coninciare da Confindustria. La Bossi-Fini è preistoria e va superata. Il problema dei rimpatri non sarà risolto dagli hub: se ne fanno pochi essenzialmente per la mancanza di accordi coi paesi di origine. Si deve spingere l’Europa a una maggiore solidarietà, a uscire dal suo guscio di paure e sovranismi sterili. Tutto il resto sono chiacchiere da comizi».
Meloni si vanta di aver cambiato la politica migratoria europea, ma Germania e Spagna criticano la nostra gestione. Dov’è la vittoria?
«Non c’è, sono slogan elettorali. La sua unica ossessione è la politica interna: fermare Vannacci e coprire i flop sugli sbarchi e la sicurezza nelle città. Per qualche voto in più le spara ogni giorno più grosse: dal blocco navale agli hub, non più in Albania, ma in Ruanda e Ghana. Per non dire del piano Mattei: hanno buttato 1,2 miliardi cash in due anni, ma nessuno se n’è accorto».
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