Al Festival di Avignone, 80 anni di teatro controcorrente e verso il futuro

2026/07/17

Categories: lifestyle

Maldoror, Julien Gosselin, ph. Simon Gosselin

Ottant’anni e non sentirli. O forse sentirli tutti, come il peso di una storia che continua a interrogare il presente. Fondato nel 1947 da Jean Vilar, il Festival di Avignone celebra quest’anno, dal 4 al 25 luglio 2026, la sua ottantesima edizione confermandosi il principale appuntamento europeo dedicato alle arti performative. L’attuale direttore, Tiago Rodrigues, ha scelto di non trasformare l’anniversario in una celebrazione nostalgica ma in un’edizione proiettata verso il futuro, con oltre quaranta spettacoli del programma ufficiale e le migliaia di repliche del Festival Off che, per tre settimane, trasformano l’intera città in un palcoscenico.

Maldoror, Julien Gosselin, 2026 Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Eppure, ancora prima degli spettacoli, è la politica a imporsi come tema inevitabile. Nelle settimane precedenti l’apertura, Rodrigues è finito al centro di una polemica dopo alcune dichiarazioni sulla possibilità di lavorare con un’eventuale amministrazione comunale guidata dall’estrema destra, poi precisate. Ma soprattutto, prima di ogni spettacolo del programma ufficiale, il pubblico è invitato ad ascoltare la lettera Monsieur le Président, rivolta a Emmanuel Macron, contro i tagli alla cultura, seguita dalla raccolta firme per una petizione. Per qualche minuto il teatro sospende la finzione e torna a essere spazio civico, riaffermando che la cultura è un bene comune prima ancora che un’esperienza estetica.

Non sorprende allora che il titolo simbolo di questa edizione sia Maldoror di Julien Gosselin, ospitato nella Cour d’honneur del Palazzo dei Papi. Dopo il monumentale 2666 da Roberto Bolaño, il regista francese torna ad Avignone con una creazione di cinque ore che intreccia I Canti di Maldoror di Lautréamont con l’universo dello scrittore cileno, costruendo un’opera che è meno un adattamento letterario che una riflessione sulla persistenza del Male nella storia.

Maldoror, Julien Gosselin, 2026 Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Alle 22:30 si abbassano le luci e prende il via una vera maratona notturna: tre atti, due intervalli, cinque ore di spettacolo. Ma la durata è solo un dato. Gosselin costruisce un dispositivo che non concede tregua, in cui persino le pause fanno parte della drammaturgia, dove basta distrarsi un istante per perdere un dettaglio decisivo. Gli intervalli diventano così tempo di riflessione, mai semplice sospensione.

La sua grammatica scenica appartiene a quella linea del teatro europeo contemporaneo che dissolve il confine tra cinema e palcoscenico. Telecamere, primi piani e immagini proiettate non documentano ciò che accade in scena, ma ne costituiscono un livello narrativo indispensabile. Il richiamo al linguaggio di Łukasz Twarkowski è inevitabile, pur con una differenza sostanziale: se il regista polacco affida all’immagine il ruolo dominante, Gosselin continua a far gravitare tutto attorno alla parola e alla forza della letteratura.

Maldoror, Julien Gosselin, 2026 Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Ma Maldoror non parla di letteratura. Lautréamont e Bolaño diventano gli estremi di un viaggio nella violenza della modernità. Guerre, colonialismo, sopraffazione, femminicidi e totalitarismi affiorano come manifestazioni di un unico impulso distruttivo. Più che seguire una trama, lo spettatore attraversa un paesaggio mentale dove ogni scena rimanda a un’altra, fino a trasformare le cinque ore in un’esperienza di immersione totale.

Répétition de Maldoror, Julien Gosselin, 2026 Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

Quando le luci si riaccendono è ormai notte fonda. Qualcuno scherza sul fatto che, dopo una maratona simile, almeno una brioche avrebbe meritato di attendere gli spettatori all’uscita. Invece ad accoglierli c’è una Avignone silenziosa e deserta. Sono spariti gli artisti dell’Off che durante il giorno animano le piazze con volantini e performance improvvisate. Restano il Palazzo dei Papi e il rumore dei passi di chi si allontana lentamente. È forse il finale più coerente possibile: nessuna consolazione, nessuna catarsi. Solo immagini destinate a continuare a lavorare nella memoria ben oltre la fine dello spettacolo.

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