Acciaierie e Ilva chiedono di spostare la data dello stop: udienza il 30 settembre

2026/09/18

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Acciaierie d’Italia e Ilva hanno presentato alla Corte d’Appello di Milano l’istanza con cui chiedono la proroga della data entro cui deve avvenire la fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto. E la Corte, sulla base dell’istanza di Ilva che è stata la prima a essere depositata, ha già fissato l’udienza il 30 settembre alle 9: presidente Lorenzo Orsenigo – il giudice estensore dell’ultimo provvedimento sull’ex Ilva, quello del rigetto della sospensiva –, relatore il giudice Manuela Cortelloni.
È l’immediato passo successivo dopo che la Corte di Cassazione ha fissato al 20 ottobre l’udienza delle Sezioni Unite Civili sul ricorso straordinario di Acciaierie e di Ilva contro la fermata. Quest’ultima data è attualmente fissata al 26 ottobre, 90 giorni dopo il decreto della stessa Corte d’Appello che il 27 luglio ha stabilito lo stop motivandolo con il fatto che tra presenza di amianto negli altiforni ed emissione di polveri sottili, PM10 e PM2,5, l’area a caldo è nociva per la salute.

Ad agosto Acciaierie, come anche Ilva, aveva presentato alla Corte di Milano istanza di sospensiva rispetto al provvedimento di luglio, ma l’11 settembre i giudici hanno rigettato la richiesta e quindi l’azienda stava andando verso lo stop. Adesso, però, la partita potrebbe eventualmente riaprirsi. Con l’istanza di proroga, le due società, a cui fanno capo rispettivamente la proprietà (Ilva) e la gestione degli stabilimenti (Acciaierie), tendono infatti ad allontanare la data del 26 ottobre, visto che sei giorni prima c’è l’udienza davanti alla Suprema Corte. Che dovrà decidere se «cassare» o meno il decreto che i giudici hanno emesso a luglio.

Con la nuova istanza, si apprende da fonti legali, AdI intende far valere un’ulteriore, eccezionale circostanza sopravvenuta, costituita dal provvedimento assunto dal primo presidente delle Sezioni Unite della Cassazione, Pasquale D’Ascola, ovvero l’udienza del 20 ottobre. E se la Corte d’Appello di Milano dovesse eventualmente far slittare la fermata rispetto al 26 ottobre, verrebbero messe in stand-by sino al verdetto della Cassazione le manovre di stop per l’area a caldo. Manovre che intanto hanno avuto un temporaneo «congelamento». Circa la pronuncia della Cassazione, si ipotizza che possa avvenire nel giro di un mese dopo il 20 ottobre, salvo possibili anticipi, come del resto è già avvenuto per la fissazione dell’udienza. Per l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, che insieme al collega Ascanio Amenduni difende i cittadini di Taranto e l’associazione «Genitori Tarantini», che hanno ottenuto dalla Corte d’Appello l’inibizione della fabbrica a produrre, «se vinceremo in Cassazione, l’unico risultato concreto sarà la dimostrazione che passione e impegno civico, anche da parte di pochi, possono smuovere le montagne. A metà ottobre è in programma una manifestazione che stanno organizzando associazioni e lavoratori che non si riconoscono nei sindacati. Per caso, la data prevista è di pochi giorni antecedente a quella in cui si pronuncerà la Cassazione. Se i tarantini – dice Rizzo Striano – anche questa volta resteranno a casa, tutto sarà vano. Solo loro possono determinare una svolta e fare uscire il territorio dalla zona di sacrificio».
Ieri, intanto, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, parlando a un evento de «L’Espresso», ha ripreso le fila del vertice Governo-sindacati di mercoledì a Palazzo Chigi e ha detto che il decreto legge sull’ex Ilva è «già confezionato. Sarà ripresentato appena avremo la nuova decisione della Corte d’Appello, quindi verosimilmente nella prossima settimana». Il decreto, ha spiegato Urso, «aveva due parti importanti: l’una di salvaguardia e di tutela di tutti i lavoratori, non solo dei lavoratori dell’ex Ilva e del loro perimetro aziendale, ma anche dei lavoratori dell’indotto dell’Ilva che sono i primi a essere minacciati, e anche una parte piuttosto significativa e innovativa che ci consentirà di accelerare sulle opere di reindustrializzazione non solo per Taranto ma anche per l’intera area».

Prime risposte sul fronte lavoro, ancora carente, invece, la parte industriale, affermano Fim, Fiom e Uilm nazionali sull’incontro a Palazzo Chigi. Ottenuta, affermano, «una prima risposta importante grazie alla mobilitazione dei lavoratori: la sospensione delle procedure di licenziamento collettivo per le aziende dell’indotto e l’introduzione di un ammortizzatore sociale unico (cassa integrazione straordinaria) per far fronte alla situazione transitoria». Tuttavia «rimane aperta la discussione su tutti i punti contenuti nel “Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex-Ilva” presentato da Fim, Fiom, Uilm lo scorso 4 agosto al ministero delle Imprese».

«Il Governo – spiegano le sigle – varerà un decreto d’urgenza che affronterà sia i temi sociali sia quelli industriali. Il Governo ha confermato che all’interno del decreto saranno recepite alcune delle nostre richieste, mentre altre saranno ulteriormente approfondite: cassa straordinaria in deroga per i lavoratori delle aziende di appalto-indotto che coprirà al momento il periodo dal 01/10/26 al febbraio 2027; pagamento dei crediti scaduti per le imprese di appalto-indotto; conferma della cassa straordinaria con integrazione al 70% sia per AdI in AS sia per Ilva in AS; incentivi economici e normativi per gli investimenti sul territorio di Taranto. Il decreto – dicono i sindacati – risulta per noi carente sul profilo industriale. Al momento, il Governo ha confermato 800 milioni di euro destinati alla creazione dell’impianto di DRI, con possibilità di un incremento del finanziamento, nella finanziaria 2027, a condizione che chi presenterà l’offerta realizzi forni elettrici. Questo per noi dovrà essere un aspetto vincolante per mantenere in futuro una produzione di acciaio green che possa dare risposte occupazionali all’intero gruppo».
Ci si rivedrà con i ministri la prossima settimana, annunciano i sindacati; si aspetta di capire se sulla fermata si confermano o meno le condizioni attuali, mentre in merito all’udienza in Cassazione si sostiene che si è «in attesa di conoscere gli sviluppi della decisione del 20 ottobre». Intanto le sigle confermano «la nostra unica piattaforma rivendicativa che prevede tutela dell’occupazione complessiva, piano di intervento straordinario e rilancio delle attività di produzione green, ritorno alla piena occupazione». Resta infine «confermato lo stato di mobilitazione permanente in tutti i siti del gruppo».

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