Un uomo arriva in un commissariato per costituirsi: ha ucciso la moglie e si sente devastato dai sensi di colpa. Nessuno però sembra prendere sul serio il suo crimine: né il poliziotto oppresso dal mal di testa che vuole seguire la procedura, né l'avvocato azzeccagarbugli che cerca di convincerlo a non confessare, né una cartomante incontrata per caso che lo spinge a commettere un nuovo gesto violento. È la trama paradossale di Serpenti, il film di Roberto De Paolis Maino, scritto dal regista insieme a Damiano e Fabio D'Innocenzo, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Una commedia che parte da un presupposto drammatico e lo ribalta con il filtro dell'assurdo e del grottesco. Un femminicidio che non importa a nessuno e colpe che non vengono espiate: come recita la citazione di Ennio Flaiano prima dei titoli di apertura, «la situazione è grave ma non è seria».
«Il film indaga sul problema di Paolo Marra che ha commesso questo crimine e vuole pagare e si trova in un commissariato, che è una rappresentazione della società, in cui il poliziotto e l'avvocato non lo prendono sul serio. Non vediamo mai il corpo della moglie perché il film vuole raccontare la reazione dell'uomo e della società circa la responsabilità», spiega De Paolis Maino. «Tutti cercano di minimizzare quello che ha fatto e danno corpo a un processo di rimozione in quest'uomo». Il femminicidio, in questo microcosmo raccontato nel suo paradosso e nel registro dell'assurdo, non importa a nessuno. Leonardo Lidi, ottimo interprete del protagonista Paolo Marra, non commenta il film: «Devo andare a sposarmi».
La parola che circola in conferenza è satira, e il regista la respinge subito. «Non c'è nessuna intenzione di fare satira sociale, volevamo raccontare una storia del reale. Abbiamo preso molto seriamente la storia, dal presupposto che la realtà è grottesca e assurda. Non abbiamo mai lavorato sulla parodia ma sulla realtà». Valeria Golino, unica donna del cast, che nel film interpreta una cartomante che il protagonista incontra per caso in commissariato, la vede all'opposto. «È il perfetto momento per fare satira sociale, quando si dice che questo si può dire e questo no. Lì nasce l'arte di protesta. Forse è l'inizio di un nuovo cinema italiano impegnato in questo senso. Non voglio essere presuntuosa, non parlo di noi, ma di una nuova onda di cinema che si interessa alla politica, al sociale, ma non in maniera sociologica».
I fratelli D'Innocenzo, che il soggetto lo hanno scritto dieci anni fa, rivendicano la parte comica come una strategia, non come un alleggerimento. «Dieci anni fa la prima stesura, ancora non se ne parlava tanto. Per essere profetici bisogna essere pessimisti», dice Fabio. «Credevamo che ridere di qualcosa ci facesse avvicinare empaticamente ai personaggi che di solito condanniamo. Preferivamo ridere dei personaggi perché siamo noi. Li seguiamo con imbarazzo perché parliamo dei nostri errori». Damiano aggiunge la sua diagnosi del presente: «Mai come oggi bisogna usare la fantasia e ammalarla di realtà. Non si ascolta più niente, è l'unico modo per tornare a sentire qualcuno di sincero».

Alessandro Borghi, che interpreta il poliziotto, porta il discorso sul personale. «Mi sono divertito tanto, è stata una grande opportunità di entrare in un mondo che non è così assurdo. Tutti i protagonisti di questa storia sono fuori da questa porta. È un film che parla di quello che ci aspetta lì fuori se non facciamo forza sulla nostra morale. Ti fa ridere e poi negli ultimi dieci minuti ti fa sentire in colpa di aver riso». Di più: «Se non avessi avuto i miei genitori che mi hanno insegnato certe cose, quell'avvocato mi avrebbe convinto. Non è un film sulla violenza di genere, ma senza la violenza di genere non sarebbe stato un film così importante».
L'avvocato è Pietro Castellitto, che riflette sul suo personaggio diabolico. «È un personaggio che mi stava simpatico, come tanti avvocati. Accanto a lui ci si sente liberi. Le cose che dice, per quanto estreme, non sono facili da confutare». È lo stesso meccanismo che Borghi confessa dalla parte dello spettatore: l'argomento che non riesci a smontare mentre lo ascolti. Golino ci ha girato attorno parlando di paura. «Mi faceva un po' paura il progetto, per l'argomento e perché fare un cinema così è più difficile di quando lo facevano i maestri. Il dottor Stranamore di Kubrick era profetico, oggi invece la realtà è intrisa di assurdo. Anche fare l'allegoria, la farsa, è più difficile. Sono l'unica donna e ne sono uscita viva. Ma è bello sperimentare, invece di fare prodotti ben fatti che possono andare in piattaforma. Il prodottino, il benfattismo. Lo sperimentale è ancora quello che ci dà voglia». Per Castellitto, «questi personaggi sono allegorie della sua coscienza. L'avvocato sembra il più buono di tutti, i serpenti sembrano gli altri. Poi però il mostro si ricompone».
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