11 settembre 2001 - Cos’è cambiato a New York a 25 anni dall’attentato alle Torri Gemelle

2026/09/10

Categories: lifestyle

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Articolo pubblicato sul numero di Gioia! settembre 2016 a cura di Federica Furino.

Molte cose sono cambiate da quell'11 settembre 2001 e persino da quell'11 settembre 2016, a New York e non solo. Oggi, a 25 anni dall’attentato che ha cambiato per sempre la vita e il futuro dell’Occidente, la situazione appare di nuovo molto incerta rendendoci ancora più vulnerabili.

Ogni newyorkese ha la sua versione della storia. Un personale codice di accesso al dolore, un fermo immagine che divide la vita in due: prima e dopo. Per Linda Mauer, quell'immagine è lei che cammina per strada nella più limpida delle mattine di settembre. Passa davanti a una vetrina, si specchia, poi sente un botto: lo sguardo si solleva e il film della vita si inceppa tra i suoi abiti leggeri riflessi sul vetro e il fotogramma della torre nord del World Trade Center che brucia come un fiammifero. Sua sorella Jill lavorava lì. «Sono corsa a casa ad aspettare la sua telefonata, per sentirmi dire: sto bene. Ma quella telefonata non è mai arrivata», racconta. Ha appena finito di correre la maratona in ricordo delle vittime, con il nome di Jill scritto sul pettorale. «Cerco di spingere questa cosa in fondo alla coscienza, ma il pensiero torna sempre là».

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Ezra Shaw//Getty Images

Anche il pensiero del vigile del fuoco Adrienne Walsh, torna sempre . Alla pioggia di fogli bianchi dal cielo di Manhattan, ai colleghi che gridano «Correte!», ai pezzi di cemento che crollano. Poi la torre che si sbriciola e il silenzio, come quando nevica. «Non c'era più nessuno da soccorrere: erano diventati tutti polvere». I ricordi la inseguono. «È come una ferita su cui si è formata una crosta: quando penso che sia guarita, la crosta si stacca e la ferita ricomincia a sanguinare».

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Mario Tama//Getty Images

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JAMES H. WATSON//Getty Images

La ferita aperta nel fianco di Manhattan, invece, dopo 18 anni sembra chiusa: sulle macerie di Ground Zero, oggi sorgono il memoriale (due vasche scavate sul perimetro delle torri, con i nomi delle vittime incisi nel marmo) e il museo dedicato al ricordo dell'11 settembre; il vuoto aperto nello skyline è colmato dai 541 metri del One World Trade Center. La città va avanti, perché il futuro non aspetta. Ma la resilienza dei luoghi è più forte di quella degli uomini. Per questo Harry Roland tutti i giorni si presenta davanti alle vasche del memoriale. C'è chi lo chiama History man, chi "l'uomo del World trade center" e non capisci se sia una guida o un mendicante, ma se gli chiedi perché è lì, risponde: «Per non dimenticare quello che ho visto. Da allora, niente è più come prima. Non solo in America, ma in tutto il mondo».

È vero: nulla da quel giorno è stato più come prima. Per New York e per ciascuno di noi.

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Roy Rochlin//Getty Images

Ogni zaino dimenticato in giro è diventato un pacco bomba, ogni bottiglietta d'acqua in aeroporto un potenziale ordigno, ogni Allah akbar un campanello d'allarme. «È cambiato il nostro modo di vivere e sono cambiate le nostre paure», spiega Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull'estremismo della George Washington University, al telefono dagli Usa. «Presentarsi in aeroporto ore prima del volo, togliersi le scarpe ai controlli e buttare la bottiglietta d'acqua ci sembrano ormai cose normali e c'è un'intera generazione che sta crescendo così. Eppure, prima dell'11 settembre, negli Stati Uniti potevi consegnare i bagagli direttamente sul marciapiede». Essere uccisi da un terrorista, dice, resta ancora infinitamente meno probabile che morire in un incidente stradale (una probabilità su 88 contro una su 69.000). Eppure ci fa più paura. «Perché la morte di Bin Laden, la crisi di al Qaeda e le primavere arabe ci avevano illuso che il terrorismo fosse, se non sconfitto, almeno gestibile: una faccenda di competenza della polizia e non più una minaccia esistenziale».

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Gary Hershorn//Getty Images
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